Libro Consacrazione Cares Divina Misericordia

 

“Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi  ti amai.
Tu eri dentro di me ed io ero fuori. Lì ti cercavo.
Tu eri con me, ma io non ero con te”.
Sant’Agostino

 


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Cammino di
formazione

Centro Associativo Recupero Educativo e Sociale
Divina MisericorDia o.D.v.


INTRODUZIONE

 

1 - CAMMINO DI FORMAZIONE: CONOSCENZA DI SE STESSO ATTRAVERSO UN CAMMINO CRISTIANO

Cosa vuol dire consacrarsi e perché consa- crarsi?
Chi è stato battezzato è già un consacrato. Il percorso di Consacrazione è quindi un rinnovare e riconfermare le pro- messe che i nostri genitori o chi per loro fecero per noi molti anni fa. Siamo chiamati quindi a riconfermare le promesse battesimali ma con la coscienza, la conoscenza e la consa- pevolezza di cristiani adulti, tale consapevolezza ha però bisogno di essere accresciuta tramite un percorso di fede e di conoscenza di sé, è questo il percorso di Consacrazione a Gesù Misericordioso per mezzo di Maria.
Probabilmente qualcuno potrebbe pensare... sono stato bat- tezzato e questo mi basta... se così fosse poniamoci alcune semplici domande. Ricordiamo quali sono le promesse che quel giorno i nostri genitori fecero a Dio per noi? Siamo cer- ti di sapere qual è il vero significato del Battesimo o pen- siamo che sia solo la liberazione dal peccato originale? E se pensiamo questo, siamo davvero convinti del fatto che ogni bambino debba portare ancor oggi le colpe del peccato di Adamo ed Eva? E se ne siamo convinti sapremmo spiegare


il perché? Sappiamo perché durante la cerimonia siamo sta- ti unti con l’olio santo e lavati con l’acqua?
Inoltre siamo certi di sapere chi siamo veramente? Di cono- scere i nostri limiti, i nostri difetti, le nostre debolezze ma anche i nostri carismi da mettere al servizio di Dio?
La Consacrazione è un viaggio all’interno di noi stessi per capire chi siamo veramente. Noi siamo il frutto di condizio- namenti sociali, indossiamo tutti delle maschere per piace- re agli altri e non essere sottoposti al loro giudizio. Il nostro vero sé è bloccato da traumi ricevuti spesso nell’infanzia.
La consacrazione autentica non limita (come potrebbe sem- brare) la nostra libertà, ma ci aiuta a guarire la sfera affet- tiva, sessuale, mentale, spirituale della nostra persona nella sua totalità, e riconcilia in noi l’immagine del padre e della madre che spesso è distorta da ferite emozionali.
Non si è mai arrivati nella fede; lo stesso San Luigi Maria Grignion de Montfort nel suo libro Trattato della vera de- vozione a Maria scrive sotto ispirazione della Vergine Ma- ria: Nelpercorsodiconsacrazionesi acquisisce una consapevolez- za nella fede che l’uomo riuscirebbe a raggiungere solo in un tempo di almeno 10 anni.
Maria ci aiuterà in questo percorso a ritrovare il nostro vero sé, impareremo ad essere autentici, liberi di esprimere ciò che siamo, nella Verità, senza paura. Ecco che la consacra- zione diventa un qualcosa di concreto, una rinascita dell’uo- mo attraverso l’incontro con Dio.

2 - NORME GIURIDICHE DEL CAMMINO DI CONSACRAZIONE DAL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

«NoN avrai altri dèi di froNte a me»

N. 0. Il primo comandamento vieta di onorare altri dèi, all’infuori dell’unico Signore che si è rivelato al suo popolo. Proibisce la superstizione e l’irreligione. La superstizione rappresenta, in qualche modo, un eccesso perverso della religione; l’irreligione è un vizio opposto, per difetto, alla virtù della religione.

1. La superstizione

N. 1. La superstizione è la deviazione del sentimento re- ligioso e delle pratiche che esso impone. Può anche presen- tarsi mascherata sotto il culto che rendiamo al vero Dio, per esempio, quando si attribuisce un’importanza in qualche misura magica a certe pratiche, peraltro legittime o neces- sarie. Attribuire alla sola materialità delle preghiere o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle di- sposizioni interiori che richiedono, è cadere nella supersti- zione.

Cadiamo in superstizione quando, per esempio, ci facciamo coinvolgere nelle “famose” catene di sant’Antonio. Queste catene di preghiere sono da evitare perché ingannevoli e come tali “costringono” alla preghiera spesso con minaccia


di disgrazie qualora si decida di interromperle: si comincia a pregare per timore e non per amore e questo non è nei progetti del Signore. La preghiera si deve adattare alla vo- lontà di Dio e non viceversa. Altra forma di superstizione religiosa è l’uso improprio che a volte si fa delle immaginet- te dei santi quando queste vengono usate come talismani. Li conserviamo nelle nostre case a volte in modo scaramantico come se dipendesse da esse la nostra fortuna o disgrazia. E quanti crocefissi vengono appesi nelle nostre auto o come capezzali senza che ad essi venga mai rivolta una preghie- ra? Anche la coroncina del rosario viene spesso usata come se fosse un accessorio di abbigliamento. Nella tradizione popolare sono moltissimi gli oggetti portafortuna o sfortu- na fonte di superstizioni, ne citiamo solo alcuni tra i più conosciuti: corni rossi, ferro di cavallo, zampa di coniglio, tartaruga, coccinella, sale, quadrifoglio, lo specchio rotto, il numero 17 o il 13 ecc. ecc. Si crede anche in una gestualità per allontanare la sfortuna; i gesti scaramantici più comuni sono: fare le corna, toccare ferro, non mettere il pane ribal- tato sul tavolo, non girare le posate sul tavolo, non passare sotto la scala, non farsi attraversare la strada dal gatto.

N.2 I sacramentali

L’uso dei sacramentali è una delle pratiche più fraintese della Chiesa cattolica. Si cade nella superstizione quando  si usano i sacramentali e anche i sacramenti stessi per fini estranei al sano e corretto sentimento religioso. Il supersti- zioso ripone la propria fiducia solo nelle sue azioni, anche se sono buone, con l’intenzione di obbligare Dio a conceder- gli tutto ciò che gli interessa. Anziché avvalersene con fede, alcuni cattolici li usano come amuleti magici piuttosto che come strumenti di grazia. Di seguito la definizione tratta dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

N.1667. La santa Madre Chiesa ha istituito i sacramentali. Questi sono segni sacri per mezzo dei quali, con una cer-  ta imitazione dei sacramenti, sono significati e, per impe- trazione della Chiesa, vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali. Per mezzo di essi gli uomini vengono disposti a ricevere l’effetto principale dei sacramenti e vengono santi- ficate le varie circostanze della vita.
N.1668. Essi sono istituiti dalla Chiesa per la santificazio- ne di alcuni ministeri ecclesiastici, di alcuni stati di vita,   di circostanze molto varie della vita cristiana, così come dell’uso di cose utili all’uomo. Secondo le decisioni pastorali dei Vescovi, possono anche rispondere ai bisogni, alla cul- tura e alla storia propri del popolo cristiano di una regione o di un’epoca. Comportano sempre una preghiera, spesso accompagnata da un determinato segno, come l’imposizio- ne della mano, il segno della croce, l’aspersione con l’acqua benedetta (che richiama il Battesimo).

N.0. I sacramentali non conferiscono la grazia dello Spi- rito Santo alla maniera dei sacramenti; però mediante la preghiera della Chiesa preparano a ricevere la grazia e di- spongono a cooperare con essa. Ai fedeli ben disposti è dato di santificare quasi tutti gli avvenimenti della vita per mez- zo della grazia divina che fluisce dal mistero pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, mistero dal quale derivano la loro efficacia tutti i sacramenti e i sacramentali; e così ogni uso onesto delle cose materiali può essere indi- rizzato alla santificazione dell’uomo e alla lode di Dio.

N.3. I sacramentali: l’acqua Benedetta, sale esorcizzato e l’olio benedetto

Don Gabriele Amorth nel suo libro Un esorcista racconta spiega quanto “è molto utile conoscere l’uso specifico di que- sti tre sacramentali che, adoperati con fede, sono di grande gio- vamento. Già l’acqua benedetta ha un grande uso in tutti i riti liturgici. La sua importanza ci ricollega subito all’aspersione bat- tesimale. Nella preghiera di benedizione si prega il Signore perché l’aspersione con l’acqua ci ottenga questi tre benefici: il perdono dei nostri peccati, la difesa dalle insidie del maligno, il dono della protezione divina. La preghiera d’esorcismo sull’acqua aggiunge tanti altri effetti: di far fuggire ogni potere del demonio sì da sra- dicarlo e cacciarlo via.
Pure l’olio esorcizzato, usato con fede, giova a porre in fuga la potenza dei demoni, i loro assalti, i fantasmi che suscitano. Inoltre giova alla salute dell’anima e del corpo; qui ricordiamo l’antico uso di ungere con l’olio le ferite e il potere dato da Gesù agli apo- stoli di guarire i malati con l’imposizione delle mani e ungendoli con olio. C’è poi una proprietà che è specifica dell’olio esorcizzato: di separare dal corpo le avversità.
Anche il sale esorcizzato giova per cacciare via i demoni e per la salute dell’anima e del corpo. Ma una sua proprietà specifica è quella di proteggere i luoghi dalle influenze o dalle presenze malefiche. In questi casi sono solito consigliare di porre del sale esorcizzato sulla soglia di casa e nei quattro angoli della stanza o delle stanze che si ritengono infestate.
Quel «mondo cattolico incredulo» riderà forse di fronte a queste asserite proprietà. Certo i sacramentali agiscono tanto più effica- cemente quanto più c’è Fede; senza questa restano spesso ineffi- caci. Il Vaticano Il, e con le stesse parole il Diritto Canonico (can 1166), li definisce: «Segni sacri con cui, per una qualche imitazio- ne dei sacramenti, vengono significati e ottenuti effetti soprattut-


to spirituali, per l’impetrazione della Chiesa». Chi li usa con Fede ne vede effetti insperati. So di molti mali, ribelli ai farmaci, che sono spariti solo perché l’interessato vi ha fatto sopra un segno di croce con olio esorcizzato”.
Durante la messa del crisma una volta all’anno in ogni dio- cesi il Giovedì santo il vescovo chiede che Dio lo benedica e lo consacri e così «infonda in esso la forza dello Spirito San- to con la quale ha unto i sacerdoti, i re, i profeti e i martiri». Il crisma viene consacrato. A questa messa, che vuole signi- ficare l’unità della Chiesa locale raccolta intorno al proprio vescovo, sono invitati tutti i presbiteri della diocesi i quali, dopo l’omelia del vescovo, rinnovano le promesse fatte nel giorno della loro ordinazione sacerdotale. In questa messa, il vescovo consacra gli olii santi: il crisma, l’olio dei catecu- meni e l’olio degli infermi.
Essi sono gli olii che si useranno durante tutto il corso dell’anno liturgico per celebrare i sacramenti:

      • il crisma tra i tre è il più nobile degli oli santi, per mezzo del crisma lo Spirito Santo imprime il suo sigillo nel Cristiano unendolo  alla  regalità  di  Cristo in quanto viene usato nei tre riti: nel Battesimo, nella cresima e nell’ordinazione dei presbiteri  e  dei  vesco- vi;
      • l’olio dei catecumeni viene usato nel Battesimo; serve nelle cerimonie del Battesimo per le unzioni che si fanno al Catecumeno sul petto e sulle spalle, prima dell’immersione o infusione dell’acqua. Si usa anche nell’ordinazione dei Sacerdoti
      • l’olio degli infermi viene usato per l’unzione degli infermi. Esso cancella nel cristiano morente  i  resti del peccato, lo fortifica nell’estremo combattimento e, per la virtù soprannaturale che possiede, talvolta gli restituisce anche la sanità corporale.

      2. L’idolatria

      N.2112. Il primo comandamento condanna il politeismo. Esige dall’uomo di non credere in altri dèi che nell’unico Dio, di non venerare altre divinità che l’Unico. La Scrittura costantemente richiama a questo rifiuto degli idoli che sono
      «argento e oro, opera delle mani dell’uomo», i quali «hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono...». Questi idoli vani rendono l’uomo vano: «Sia come loro chi li fab- brica e chiunque in essi confida» (Sal 115,4-5.8). Dio, al con- trario, è il «Dio vivente» (Gs 3,10), che fa vivere e interviene nella storia.
      N.2113. L’idolatria non concerne soltanto i falsi culti del pa- ganesimo. Rimane una costante tentazione della fede. Con- siste nel divinizzare ciò che non è Dio. C’è idolatria quan- do l’uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dèi o dei demoni (per esempio il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello Stato, del denaro, ecc. «Non potete servire a Dio e a mammona», dice Gesù (Mt 6,24). Numerosi martiri sono morti per non adorare «la Bestia», rifiutando perfino di simularne il culto. L’idolatria respinge l’unica Signoria di Dio; perciò è incom- patibile con la comunione divina.
      N.2114. La vita umana si unifica nell’adorazione dell’Unico. Il comandamento di adorare il solo  Signore unifica l’uomo e lo salva da una dispersione senza limiti. L’idolatria è una perversione del senso religioso innato nell’uomo. Idolatra  è colui che “riferisce la sua indistruttibile nozione di Dio a chicchessia anziché a Dio”.

      3. Divinazione e magia

      N.2115. Dio può rivelare l’avvenire ai suoi profeti o ad al-  tri santi. Tuttavia il giusto atteggiamento cristiano consiste nell’abbandonarsi con fiducia nelle mani della provvidenza per ciò che concerne il futuro e a rifuggire da ogni curiosità malsana a questo riguardo. L’imprevidenza può costituire una mancanza di responsabilità.
      N.2116. Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che «svelino» l’avvenire. La consultazione degli oroscopi, l’astrologia, la chiromanzia, l’interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veg- genza, il ricorso ai medium manifestano una volontà di do- minio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed in- sieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l’onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo.
      N.2117. Tutte le pratiche di magia e di stregoneria con le quali si pretende di sottomettere le potenze occulte per por- le al proprio servizio ed ottenere un potere soprannaturale sul prossimo – fosse anche per procurargli la salute – sono gravemente contrarie alla virtù della religione. Tali pratiche sono ancora più da condannare quando si accompagnano ad una intenzione di nuocere ad altri o quando in esse si ricorre all’intervento dei demoni. Anche portare amuleti è biasimevole. Lo spiritismo spesso implica pratiche divina- torie o magiche. Pure da esso la Chiesa mette in guardia i fedeli. Il ricorso a pratiche mediche dette tradizionali non legittima né l’invocazione di potenze cattive, né lo sfrutta- mento della credulità altrui.


      Tra le pratiche vietate dalla Chiesa Cattolica ne ricordiamo alcune: il pendolino; la divinazione (lettura di carte e taroc- chi); canalizzazioni con i defunti (non fatevi trarre in ingan- no a chi afferma di essere in contatto con angeli o arcangeli, ricordatevi che anche Lucifero era un angelo...); sedute spiri- tiche; guarigioni effettuate da santoni o persone che dicono di avere ricevuto potere di guarigione; Reiki (pratica New Age che guarisce attraverso l’energia i 7 Chakra ovvero i 7 punti vitali dell’uomo,  anche questo  è magia, solo  Gesù e   i grandi Santi hanno avuto potere di guarigione, e stessa considerazione per il Pranic Healing); le costellazioni fami- liari (ci promettono guarigioni per colpe che non abbiamo ma derivano da atti compiuti dai nostri antenati: in realtà esse sono sedute spiritiche ad alto livello, dove  il defunto  in questione entra nel corpo di uno dei partecipanti. Alle canalizzazioni il Cristiano antepone le 30 messe gregoriane per la guarigione dell’albero genealogico).

      4. L’irreligione

      N.2118. Il primo comandamento di Dio condanna i princi- pali peccati di irreligione: l’azione di tentare Dio, con parole o atti, il sacrilegio e la simonia.
      N.2119. L’azione di tentare Dio consiste nel mettere alla prova, con parole o atti, la sua bontà e la sua onnipotenza. È così che Satana voleva ottenere da Gesù che si buttasse giù dal tempio obbligando Dio, in tal modo, ad intervenire. Gesù gli oppone la parola di Dio: «Non tenterai il Signore Dio tuo» (Dt 6,16). La sfida implicita in simile tentazione di Dio ferisce il rispetto e la fiducia che dobbiamo al nostro Creatore e Signore. In essa si cela sempre un dubbio riguar- do al suo amore, alla sua provvidenza e alla sua potenza.


      N.2120. Il sacrilegio consiste nel profanare o nel trattare in- degnamente i sacramenti e le altre azioni liturgiche, come pure le persone, gli oggetti e i luoghi consacrati a Dio. Il sa- crilegio è un peccato grave soprattutto quando è commesso contro l’Eucaristia, poiché, in questo sacramento, ci è reso presente sostanzialmente il Corpo stesso di Cristo.
      N.2121. La simonia consiste nell’acquisto o nella vendita delle realtà spirituali. A Simone il mago, che voleva acqui- stare il potere spirituale che vedeva all’opera negli Apostoli, Pietro risponde: «Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di Dio» (At 8,20). Così si conformava alla parola di Gesù:
      «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). È impossibile appropriarsi i beni spirituali e compor- tarsi nei loro confronti come un possessore o un padrone, dal momento che la loro sorgente è in Dio. Non si può che riceverli gratuitamente da lui.

      Molte discipline New Age vendono  doni a caro prezzo vedi il Reiki o coloro che danno corsi per poter parlare con gli angeli o spiriti guida o arcangeli. Dio dona gratuitamente, e chi ha dei  doni ha il dovere  di usarli per il bene di tutti   a titolo completamente gratuito; attenzione, a tal proposito ricordiamo che anche la vana gloria, è un modo per essere pagati o appagati; il vero profeta non vuole grazie e indica se stesso come mezzo inutile di Dio ed è solo Dio che invita a seguire, lodare e ringraziare.
      Se si è commesso qualcuno di questi peccati è fondamen- tale prima di iniziare il percorso di consacrazione andare a confessarlo.

      3 - PERCORSO FORMATIVO ATTRAVERSO IL MAGISTERO DELLA CHIESA ASSOCIAZIONE C.A.R.E.S. DIVINA MISERICORDIA O.D.V.
      L’Associazione C.A.R.E.S Divina Misericordia O.D.V. mossa dal vivo desiderio di testimoniare ed annunciare l’Amore Misericordioso di Dio al mondo intero, si propone di diffon- dere anche attraverso il percorso di Consacrazione a Gesù Misericordioso per mezzo di Maria, il culto della Divina Misericordia, affinché più anime possibili possano essere giustificate attingendo a quella sorgente illimitata di Grazie e di Amore che è la Misericordia di Dio.
      Il fondatore, Don Angelo Coronella, nell’anno Giubilare del- la Divina Misericordia, continua il lavoro di Montfort con una quinta tappa e attualizza il percorso di consacrazione ai giorni nostri. Pur mantenendo le linee guida del Montfort, Padre Angelo ha sentito l’esigenza di riportare i temi trattati nel percorso di consacrazione in un contesto attuale.
      L’uomo è sempre più attratto da felicità illusorie che promet- tono paradisi tanto irraggiungibili quanto effimeri e delete- ri sia per il corpo che per lo spirito. L’uomo ha dimenticato il vero senso della vita.
      La consacrazione a Gesù Misericordioso per mezzo di Ma- ria apre ad una visione diversa della realtà e dà il Vero ed unico senso della vita: quello di essere tutti amati figli di un Padre Misericordioso che vuol ristabilire con ciascuno di noi un rapporto d’amore Padre-figlio.


      Per preparazione al Regno di Cristo, Montfort intendeva preparazione alla seconda venuta di Gesù; ancora una volta sarà la Madre, Maria, a condurre l’umanità al Figlio.
      A testimonianza di ciò vi è uno fra i tanti messaggi dati dalla Vergine a Medjugorje. Padre Tomas Vlasic testimonia: “Mjriana ha riferito: «La Madonna mi disse: - Sto venendo così spesso sulla terra per preparare gli uomini alla venuta di Gesù -. Io le chiesi: - Vuoi dire che vuoi preparare gli uomini a ritornare a Gesù? –. - No - rispose la Madonna -, voglio preparare gli uomini al ritorno di Gesù -».
      Viviamo nell’era della Misericordia, questo è un tempo di Grazie e di conversioni. Maria in ogni messaggio invita tut- ta l’umanità a saper accogliere questo periodo di Grazie e  di Misericordia, Ella ci invita non solo a ricevere la Miseri- cordia del Figlio ma anche a donarla affinché come macchia d’olio dilaghi tra gli uomini salvandoli e conducendoli alla vita eterna. È il momento in cui Maria invita tutta l’umanità a ritornare al Figlio, prima che sia troppo tardi e arrivi il tempo del giudizio. In quel tempo, come dicono le Scritture, non ci sarà più Misericordia.
      Con l’aiuto della Vergine Maria intraprenderemo un cam- mino verso la conoscenza del vero Volto di Cristo e dell’at- tributo più grande di Dio, la sua infinita Misericordia, ac- compagnati dalla Vergine Maria impareremo a conoscere l’amore Misericordioso del Figlio, impareremo ad amare l’altro come lui ci ama e ad essere come lui ci vuole, por- tatori della sua Misericordia; comprenderemo e conoscere- mo noi stessi, lavoreremo sull’accettazione dei nostri limiti e sul superamento dei propri difetti, nella prospettiva che, solo conoscendo “chi siamo veramente” e accettandoci “così come siamo”, possiamo con l’aiuto di Maria far morire “l’uo- mo vecchio” per far rinascere l’uomo nuovo.


      Con il nostro “sì” quotidiano a Maria, riusciremo a vincere il nostro egoismo e a rendere più lieta la vita dei fratelli, donando loro speranza, asciugando qualche lacrima e re- galando un po’ di gioia... Come dice Papa Francesco: “Nella vita tutto è dono, tutto è Misericordia. La Vergine Santa, primizia dei salvati, modello della Chiesa, sposa Santa e immacolata, amata dal Signore, ci aiuterà a riscoprire sem- pre più la Misericordia divina come distintivo del vero cri- stiano”.
      Questo cammino verso la Misericordia di Dio è un percorso di crescita spirituale che vuole rendere concreto, nella vita di ogni consacrando, l’impegno verso Dio e verso il prossimo; un modello di santità semplice e al contempo affascinante, che unisce armoniosamente la contemplazione con l’azione della quotidianità, la preghiera alle opere, quello che fa da sempre la nostra Associazione, fondando il suo apostolato sulla verità affermata nella Sacra Scrittura che Dio è Amore e aderendo a quanto richiesto da nostro Signore Gesù a San- ta Faustina Kowalska:
      Nell’Antico Testamento mandai al Mio popolo i profeti con i ful- mini. Oggi mando te a tutta l’Umanità con la mia Misericordia. Non voglio punire l’umanità sofferente, ma desidero guidarla e stringerla al mio cuore misericordioso” (D.1588). “Apostola della Mia Misericordia, annuncia al mondo intero questa mia insonda- bile Misericordia” (D.1142).
      Le parole annotate nel Diario di questa grande mistica ap- paiono come un particolare Vangelo della Divina Miseri- cordia. Suor Faustina quasi in risposta alle malattie della civiltà moderna scrive nel suo Diario:
      “Mentre pregavo udii interiormente queste parole: «I due raggi rappresentano il Sangue e l’Acqua. Il raggio pallido rappresenta l’Acqua che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il San-

      gue che è la vita delle anime... Entrambi i raggi uscirono dall’inti- mo della Mia Misericordia, quando sulla croce il Mio Cuore, già in agonia, venne squarciato con la lancia. Tali raggi riparano le anime dallo sdegno del Padre Mio. Beato colui che vivrà nella loro ombra, poiché non lo colpirà la giusta mano di Dio. Desidero che la prima domenica dopo la Pasqua sia la Festa della Divina Misericordia. L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia»” (D.300).

      La storia del Terzo Millennio appena iniziato mostra del resto quanto l’intera vicenda umana abbia bisogno della Divina Misericordia. Lo ha intuito San Giovanni Paolo II, grande Apostolo della Divina Misericordia, che nel suo in- segnamento dalla sede di Pietro, aveva presentato a tutto il mondo «Dio ricco di Misericordia».
      Attraverso il dono di Santa Faustina il Papa ha voluto tra- smettere questo messaggio al nuovo millennio nella certezza che la Luce della Divina Misericordia illumini il cammino degli uomini del Terzo Millennio. “Solo nella Misericordia di Dio il mondo troverà la pace, l’uomo troverà la felicità” (Cracovia 2002, Giovanni Paolo II).
      Il sogno di Padre Angelo, fondatore dell’associazione, si concretizza in una vera e propria missione che si esprime nella fedeltà alla Chiesa, nel servizio ai fratelli, nel cammi- no spirituale e nel totale abbandono alla Volontà del Padre.

      Preparazione


      Le 5 tappe di preparazione alla consacrazione intendono essere un richiamo per tutta la vita: si tratta, quindi, di un impegno ascetico che ci deve accompagnare sempre.
      Dal momento in cui si è consacrati tutte le intenzioni delle nostre preghiere le mette Maria. Ciò non toglie che possia- mo esprimere le nostre intenzioni di preghiera con la con- sapevolezza che sarà poi la Madre celeste a decidere per chi andranno.
      Le caratteristiche principali della consacrazione sono due:
      totalità e perennità.
      Per totalità si intende che a Maria dobbiamo donare tutto di noi stessi, senza alcuna riserva, senza alcuna pau- ra, affidandoci completamente a lei, lasciandoci condurre per mano;
      per perennità si intende ”per sempre”, per tutta l’eternità. Il consacrato rimane tale per sempre e ha il dovere morale di rinnovare ogni anno il percorso di Consacrazione al fine di accrescere sempre più la fede e    la conoscenza di Dio.

      4 - TRATTATO
      DELLA VERA DEVOZIONE A MARIA

      L’opera principale di S. Luigi Maria Grignon de  Montfort  fu scritta verso la fine del suo breve ministero sacerdotale, di soli 16 anni. Secondo la tradizione, si ritiene che la stesu- ra del Trattato avvenne nell’autunno del  1712  a La Rochel- le, dove egli risiedeva in una piccola abitazione chiamata “l’Eremitaggio di S.  Eloi  “.  L’eresia  del  Giansenismo aveva a quel tempo raggiunto La Rochelle, e con parecchia viru- lenza. Nel 1712 il Vescovo, insieme con la vicina diocesi di Lucon, aveva pubblicato per la terza volta una istruzione pastorale contro il Giansenismo1.
      Giansenio fondò il proprio sistema teologico sull’idea che l’essere umano nasca ormai essenzialmente corrotto, e quin- di inevitabilmente destinato a fare il male: senza la grazia divina, l’uomo non può far altro che peccare e disobbedire alla volontà di Dio; ciononostante, alcuni esseri umani sono predestinati alla salvezza, mentre altri no.
      La Chiesa cattolico-romana condannò la dottrina teologica giansenista come eretica e vicina al protestantesimo, per il fatto che il giansenismo annullava quasi del tutto il libero arbitrio dell’essere umano di fronte alla grazia divina, favo- rendo l’idea di una salvezza predestinata.



      1     Giansenismo è stato un movimento religioso, filosofico e politico che     ha proposto una peculiare interpretazione del cattolicesimo sulla base della teologia elaborata nel XVII secolo da Giansenio.

      Fu quindi nel bel mezzo di uno scontro aperto con il Gian- senismo che il Padre da Montfort scrisse la sua opera; la Vera Devozione non poté mai essere mandata giù dai Gian- senisti. Essi erano,  agli occhi di Montfort, dei  falsi devoti  a Nostra Signora. Montfort sapeva che se costoro avessero potuto distruggere il manoscritto della sua opera su Nostra Signora, lo avrebbero fatto senz’altro.
      La situazione a La Rochelle nel 1712 non consentiva la sua pubblicazione. È questo insieme di circostanze che portaro- no alla scomparsa del manoscritto, che venne ritrovato per caso soltanto nel 1842.
      San Luigi de Montfort non poté pubblicare il suo mano- scritto a causa dell’esplosione di giansenismo a La Rochel- le; molto probabilmente lo consegnò al Vescovo locale - un buon amico - perché lo custodisse.
      Ma che cosa accadde al manoscritto durante il resto del di- ciottesimo secolo, è più una congettura che un fatto provato. Sembrerebbe che il prezioso manoscritto fosse in principio sistemato in una cassa (probabilmente, in un primo tempo, presso la residenza del Vescovo e poi nella casa madre della Compagnia di Maria) e, in seguito, durante la rivoluzione francese, nascosta in un campo non ugualmente lontano dalla casa madre dei missionari a St. Laurent-sur-Sèvre in Vandea. In ogni caso, la Provvidenza ha ben disposto che venisse alla luce soltanto dopo che la rivoluzione ebbe fine.
      Nel 1842, un prete della Compagnia di Maria (i  missiona- ri Montfortani) stava cercando, nella piccola libreria della Casa Madre, del materiale sulla Madonna per preparare una novena che aveva in previsione di predicare. Separati dai libri, dei manoscritti - qualcuno assai vecchio -, erano stati impilati in fretta e furia su un paio di scaffali, in un angolo della libreria.


      Rovistando tra questi, ne trovò uno che sembrava partico- larmente bello; infatti conteneva la dottrina della consacra- zione totale, la santa schiavitù di amore, che la Comunità predicava con devozione.
      La dottrina era Montfort allo stato puro.
      Portò immediatamente il manoscritto all’ufficio del Padre Generale, che senza alcuna esitazione riconobbe la scrittura a mano come quella del Padre de Montfort.
      Fu suonata la campana a festa per raccogliere insieme sia i padri che i fratelli della Compagnia di Maria e le Figlie di sapienza, la cui casa madre è adiacente a quella dei missio- nari. Le sorelle cominciarono immediatamente a copiare il manoscritto originale che fu poi pubblicato in forma di li- bro nel 1843 (127 anni dopo la morte del suo autore!) a cura del rettore del seminario locale, che poco tempo dopo, entrò nella Compagnia di Maria.
      Il manoscritto non aveva titolo, dato che le sue prime 90 pa- gine erano state strappate come pure erano andate perse al- cune pagine alla fine.
      Il manoscritto del Trattato da allora ha fatto il giro del mon- do, tradotto in tutte le lingue.
      L’insegnamento del Trattato, pur rispecchiando una certa teologia dei secoli passati, espressa in un linguaggio non sempre attuale, è in piena armonia con la mariologia del Concilio Vaticano II, contenuta nel capitolo VIII della costi- tuzione dogmatica Lumen Gentium.
      Giovanni Paolo Il, nella lettera enciclica Redemptoris Mater, presenta Monfort come “testimone e maestro” della spiri- tualità mariana che conduce a Gesù Cristo e al suo Van- gelo.


      Monfort viene scoperto non solo come attuale, ma come profetico per il futuro della Chiesa. Una Chiesa dello Spiri- to Santo, rinnovata e riformata alla scuola del Vangelo, nella quale Maria continuerà a formare i grandi Santi.
      Grandi anime cristiane di sacerdoti, di suore e di laici, uo- mini e donne, si sono ispirate al Trattato per la propria vita spirituale e per operare grandi cose per Dio, nella Chiesa e nella società. Per rimanere vicini a noi, ricordiamo: Massi- miliano Kolbe, Giovanni Calabria, Silvio Gallotti, Annibale di Francia, Bartolo Longo, Luigi Orione, Giacomo Alberio- ne, Chiara Lubich, Madre Teresa di Calcutta e infine ma non ultimo il grande Apostolo della Divina Misericordia Papa Giovanni Paolo II (sarà per sua volontà che verrà istituita la festa della Divina Misericordia).

      5 - LE 5 TAPPE

      1. Prima tappa “Liberarsi dallo spirito del mondo”: occorre preparare il terreno, rivoltare le zolle. Di- remmo, con linguaggio evangelico, che «non si può mettere il vino nuovo in otri vecchi» (cfr Mt9,17).
      2. Seconda tappa “Conoscere se stessi”:

      tappa finalizzata alla conoscenza di sé, all’accettazione dei propri limiti,  al  riconoscimento  dei  propri  difetti e quindi al pentimento dei peccati.

      1. Terza tappa “Conoscere la Santa Vergine Maria”:

      Maria cooperatrice nel progetto salvifico di Dio.

      1. Quarta tappa “Conoscere Gesù Cristo”:

      la terza e la seconda tappa tendono  ad  una conoscen- za migliore di Maria e di Gesù: conoscenza che,  per  sua natura, dovrebbe portare a convinzioni profonde,  ad assimilare ed interiorizzare i  principi  di  fede  a  tal punto da segnare una svolta  nella  nostra  vita.  Per questo si suggerisce,  a  conclusione  della  tappa, di accostarsi al sacramento della penitenza. È questo un mese di purificazione per essere uomini nuovi in Gesù Misericordioso attraverso le mani di Maria.

      1. Quinta tappa ”Il ritorno al Padre Misericordioso”: nell’ultima tappa di Consacrazione con l’aiuto di Maria madre di Misericordia riscopriremo l’importanza della

      Misericordia divina come distintivo del vero  cristia- no.
      Il percorso di Consacrazione dura 5 mesi con incontri più o meno a cadenza mensile.

      1. Ottobre
      1. Novembre
      2. Dicembre
      3. Gennaio
      4. Febbraio
      5. Marzo Consacrazione

      L’incontro è un momento di condivisione sull’esperienza vis- suta durante la tappa, questi confronti sono fondamentali al fine di esporre eventuali difficoltà, dubbi, incertezze, paure, progressi personali e gioie vissute. Alla fine della condivi- sione si svolgerà la formazione per la tappa successiva.
      La Consacrazione contempla la lettura del Diario di Santa Faustina Kowalska: il libro va letto, pregato, meditato.
      È inoltre consigliata, al fine di conoscere in modo più ap- profondito l’ASSOCIAZIONE C.A.R.E.S. DIVINA MISERICORDIA O.D.V. e la spiritualità del nostro Fondatore Don Angelo Coronella, la lettura del Libro dei 10 anni.
      Ogni tappa avrà uno schema di preghiera secondo il tema trattato. Alla fine del percorso di consacrazione ogni consa- crato porterà una medaglietta come simbolo di Consacra- zione a Gesù Misericordioso.

      PRIMA TAPPA

      LIBERARSI DALLO SPIRITO DEL MONDO

      Per capire chi è lo spirito del mondo, e come liberarsi da esso è interessante leggere ciò che a tal proposito afferma Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exsul- tate sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo:

      N.159. Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intonti- sce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nem- meno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussu- ria, l’invidia, le gelosie, e così via). È anche una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male. Non ammettere- mo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita solo con criteri empirici e senza una prospettiva sopranna- turale. Proprio la convinzione che questo potere maligno è in mezzo a noi, è ciò che ci permette di capire perché a volte il male ha tanta forza distruttiva. La sua presenza si trova nella prima pagina delle Scritture, che terminano con la vit- toria di Dio sul demonio. Di fatto, quando Gesù ci ha lascia- to il “Padre Nostro” ha voluto che terminiamo chiedendo al Padre che ci liberi dal Maligno. L’espressione che lì si utiliz- za non si riferisce al male in astratto e la sua traduzione più precisa è «il Maligno». Indica un essere personale che ci tor- menta. Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno questa liberazione perché il suo potere non ci domini.

          1. Cammino di conversione

      L’invito alla conversione è presente in tutta la Bibbia, dalla predicazione dei profeti, che invitano continuamente il po- polo a “ritornare al Signore” chiedendogli perdono e cam- biando stile di vita a cambiare direzione di marcia e rivol- gersi di nuovo al Signore, basandosi sulla certezza che Egli ci ama e il suo amore è sempre fedele; a Gesù che ha fatto della conversione la prima parola della sua predicazione:
      «Convertitevi e credete nel vangelo» (Mc 1,15).
      Il tema della conversione viene spesso rimarcato da Papa Francesco che in occasione del giubileo straordinario della misericordia, all’udienza giubilare del 18 giugno 2016 dice:
      Rispetto alla predicazione dei profeti, Gesù insiste ancora di più sulla dimensione interiore della conversione. In essa, infatti, tutta la persona è coinvolta, cuore e mente, per diventare una creatura nuova, una persona nuova. Cambia il cuore e uno si rinnova. Quando Gesù chiama alla conversione non si erge a giudice delle persone, ma lo fa a partire dalla vicinanza, dalla condivisione della condizione umana, e quindi della strada, della casa, della mensa...
      La misericordia verso quanti avevano bisogno di cambiare vita avveniva con la sua presenza amabile, per coinvolgere cia- scuno nella sua storia di salvezza. Gesù persuadeva la gente con l’amabilità, con l’amore, e con questo suo comportamento Gesù toccava nel profondo il cuore delle persone ed esse si sentivano attratte dall’amore di Dio e spinte a cambiare vita...
      e poi continua esortandoci:


      Cari fratelli e sorelle, quante volte anche noi sentiamo l’esi- genza di un cambiamento che coinvolga tutta la nostra persona! Quante volte ci diciamo: “Devo cambiare, non posso continuare così...”. Quante volte vengono questi pensieri, quante volte!... E Gesù, accanto a noi, con la mano tesa ci dice: “Vieni, vieni da me. Il lavoro lo faccio io: io ti cambierò il cuore, io ti cambierò la vita, io ti farò felice”. Ma noi, crediamo in questo o no? Crediamo o no?... Gesù che è con noi ci invita a cambiare vita. È Lui, con lo Spirito Santo, che semina in noi questa inquie- tudine per cambiare vita ed essere un po’ migliori.
      Seguiamo dunque questo invito del Signore e non ponia-  mo resistenze, perché solo se ci apriamo alla sua misericordia, noi troviamo la vera vita e la vera gioia. Dobbiamo soltanto spalancare la porta, e Lui fa tutto il resto. Lui fa tutto, ma a    noi spetta spalancare il cuore perché Lui possa guarirci e farci andare avanti. Vi assicuro che saremo più felici!

      Coloro che si accostano a questo percorso, probabilmente, sono già in un cammino di conversione e vogliono intra- prendere un serio cammino spirituale, perché per grazia abbiamo fatto tutti in modo diverso, esperienza dell’amore di Dio, siamo interiormente spinti a corrispondere a questo amore che inizia a farci provare nuove sensazioni attraverso doni di conversione come: la contrizione per i nostri peccati passati (il dolore per aver offeso Dio);  le lacrime di gioia (è il pianto della conversione, della guarigione del cuore, sono lacrime che sgorgano inarrestabili, lacrime di gioia nel sen- tirsi nuovamente accolti dalla Misericordia del Padre); sete di preghiera e più fervore nel pregare; nuovo atteggiamento di apertura verso Dio e verso il prossimo.

      2.Siamo facili prede del seduttore

      Don Gabriele Amorth nel suo libro Un esorcista racconta af- ferma che:
      È impossibile comprendere l’opera redentrice di Cristo senza tener conto dell’opera disgregatrice di Satana. Satana era la creatura più perfetta uscita dalle mani di Dio, fornito di una riconosciuta autorità e superiorità sugli altri angeli e, lui pen- sava, su tutto quanto Iddio andava creando e che lui cercava    di comprendere, ma che in realtà non capiva.
      Tutto il piano unitario della creazione era orientato a Cristo: fino alla comparsa di Gesù nel mondo non poteva rivelarsi nella sua chiarezza. Di qui la ribellione di Satana, per voler conti- nuare ad essere il primo assoluto, il centro del creato, anche in opposizione al disegno che Dio stava attuando...
      Non esagera S. Agostino ad affermare che se Satana avesse     da Dio mano libera “nessuno di noi rimarrebbe in vita”. Non potendo ucciderci, cerca di renderci suoi seguaci, in opposizio- ne a Dio come lui si è opposto a Dio. Ecco allora l’opera del Salvatore. Gesù è venuto «per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3,8), per liberare l’uomo dalla schiavitù di Satana e in- staurare il Regno di Dio dopo aver distrutto il regno di Sata-  na. Ma tra la prima venuta di Cristo e la Parusìa, la seconda venuta trionfale di Cristo come giudice, il demonio cerca di attirare dalla sua più gente che può; è una lotta che conduce   da disperato, sapendosi già sconfitto e «sapendo che gli resta poco tempo» (Ap 12,12).
      Perciò Paolo ci dice, con tutta franchezza, che «la nostra bat- taglia non è contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro i principi, contro le potenze, contro i dominatori di


      questo mondo oscuro, contro gli spiriti maligni i demoni delle regioni celesti» (Ef 6,12).
      Preciso ancora che la Scrittura ci parla sempre di angeli e demoni qui in particolare mi riferisco a Satana, come esseri spirituali, sì, ma personali, dotati di intelligenza, volontà, li- bertà, intraprendenza.
      Errano completamente quei teologi moderni che identificano Satana con l’idea astratta del male: questa è autentica eresia, ossia è in aperto contrasto con la Bibbia, con la patristica, con il magistero della Chiesa. Si tratta di verità mai impugnate in passato per cui prive di definizioni dogmatiche, tranne quella del IV concilio Lateranense: “Il diavolo ossia Satana e gli altri demoni per natura furono creati buoni da Dio; ma essi sono diventati cattivi per loro colpa”.
      Chi toglie Satana toglie anche il peccato e non capisce più l’ope- rato di Cristo... Come fanno a capire l’opera di Cristo coloro che negano l’esistenza e l’attivissima opera del demonio? Come fanno a comprendere il valore della morte redentrice di Cristo? Sulla base dei testi scritturistici il Vaticano II afferma: “Cristo con la sua morte ci ha liberati dal potere di Satana” (SC 6); “Gesù crocifisso e risorto ha sconfitto Satana” (GS 2).
      Sconfitto da Cristo, Satana combatte contro i di lui seguaci; la lotta contro “gli spiriti maligni continua e durerà - come dice   il Signore -, fino all’ultimo giorno” (GS 37).
      In questo tempo ogni uomo è posto in stato di lotta, essendo la vita terrena una prova di fedeltà a Dio. Perciò i “fedeli debbono sforzarsi di stare saldi contro gli agguati del demonio e tenergli fronte nel giorno cattivo...
      Prima infatti di regnare con Cristo glorioso, finito l’unico corso della nostra vita terrena non esiste altra prova!, compariremo tutti davanti al tribunale di Cristo, per riportare ciascuno quello che fece nella sua vita mortale, o di bene o di male; e  alla fine del mondo ne usciranno: chi ha operato il bene per la


      risurrezione di vita; e chi ha operato il male per la risurrezione di condanna” (cfr LG 48).
      Anche se questa lotta contro Satana riguarda tutti gli uomini    di tutti i tempi, non c’è dubbio che in certe epoche della sto-    ria il potere di Satana si fa sentire più forte, per lo meno a livello comunitario e di peccati di massa. Ad esempio, i miei studi sull’Impero Romano della decadenza mi fecero porre in risalto lo sfacelo morale di quell’epoca. Ne è fedele e ispirata testimonianza la Lettera di Paolo ai Romani.
      Ora ci troviamo allo stesso livello, anche dovuto al cattivo uso dei mezzi di comunicazione di massa in se stessi buoni, oltre al materialismo e al consumismo che hanno avvelenato il mondo occidentale.

      A tal fine lo stesso Padre Amorth continua raccontando di una profezia di Leone XIII, in seguito a una terribile vi- sione del diavolo. Da qui la nascita della preghiera a San Michele Arcangelo.
      Come è nata questa preghiera? Trascrivo quanto pubblicò la
      rivista Ephemerides Liturgicae, nel 1955, pag. 58-59.
      P. Domenico Pechenino scrive: “Non ricordo l’anno preciso. Un mattino il grande  Pontefice  Leone  XIII  aveva  celebrato  la S. Messa e stava assistendone un’altra, di ringraziamento, come al solito. Ad un tratto lo si vide drizzare energicamen-     te il capo, poi fissare qualche cosa al di sopra del capo del celebrante. Guardava fisso, senza batter palpebra, ma con un senso di terrore e di meraviglia, cambiando colore e lineamen- ti. Qualcosa di strano, di grande avveniva in lui. Finalmente, come rivenendo in sé, dando un leggero ma energico tocco di mano, si alza. Lo si vede avviarsi verso il suo studio privato.      I familiari lo seguono con premura e ansiosi. Gli dicono som- messamente: Santo Padre, non si sente bene? Ha bisogno di qualcosa? Risponde: Niente, niente.


      Dopo una mezz’ora fa chiamare il Segretario della Congrega- zione dei Riti e, porgendogli un foglio, gli ingiunge di farlo stampare e di farlo pervenire a tutti gli Ordinari del mondo.  Che cosa conteneva?
      La preghiera che recitiamo al termine della Messa insieme al popolo, con la supplica a Maria e l’invocazione al Principe delle milizie celesti, implorando Dio che ricacci Satana nell’inferno”. In quello scritto si ordinava anche di recitare tali preghiere in ginocchio.
      Il card. Nasalli Rocca che, nella sua Lettera Pastorale per la
      quaresima, emanata a Bologna nel 1946, scrive:
      “Leone XIII scrisse egli stesso quella preghiera. La frase (i demoni) che si aggirano nel mondo a perdizione delle anime    ha una spiegazione storica, a noi più volte riferita dal suo segretario particolare, mons. Rinaldo Angeli. Leone XIII ebbe veramente la visione degli spiriti infernali che si addensavano sulla città eterna (Roma); e da quella esperienza venne la pre- ghiera che volle far recitare in tutta la Chiesa.
      Tale preghiera egli la recitava con voce vibrata e potente: la udimmo tante volte nella basilica vaticana. Non solo, ma scrisse di sua mano uno speciale esorcismo contenuto nel Rituale Ro- mano (edizione 1954, tit. XII, c. III, pag. 863 e segg.).
      Questi esorcismi egli raccomandava ai vescovi e ai sacerdoti di recitarli spesso nelle loro diocesi e parrocchie. Egli lo recitava spessissimo lungo il giorno”.

      Come si vede la presenza di Satana è stata tenuta presente con molta chiarezza dai Pontefici; papa Paolo VI nella So- lennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Giovedì 29 giugno 1972, aveva avvisato la Chiesa:
      Riferendosi alla situazione della Chiesa di oggi, il Santo Padre afferma di avere la sensazione che “da qualche fessura sia en- trato il fumo di Satana nel tempio di Dio”.


      C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’in- soddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esser- ne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce.
      Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distac- cano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: “Non so, non sappiamo, non possiamo sapere”.
      La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto     ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno.
      Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecu- menismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli.

      Nella sua omelia Benedetto XVI all’udienza generale Aula Paolo VI, Mercoledì 13 febbraio 2013, ci dice come Gesù è stato tentato dal diavolo nel deserto e ci porta a riflettere su noi stessi:
      Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e  si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è


      spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sé la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione.
      Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto      è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita?
      Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambia-    re una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si   può salvare (cfr vv. 3-4).
      Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è      il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8).
      Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi   dal pinnacolo del tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre  le  nostre  condizioni: è  il Signore  di tutto (cfr vv. 9-12).
      Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù?

      È la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri in- teressi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo.

      Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? È Lui il Signore o sono io?
      Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri in- teressi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo.
      “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Qua- resima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di ope- rare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio.
      Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cul- tura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei.
      Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesi- derata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie.
      La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita.


      Ai giorni nostri anche Papa Francesco nella sua esortazione apostolica Gaudete et exsultate, ci ricorda che Satana non è un mito o un’idea:
      N.161. Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappre- sentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distrug- gere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché «come leone ruggente va in giro cercando chi divo- rare» (1Pt 5,8).
      N.162. La Parola di Dio ci invita esplicitamente a «resistere alle insidie del diavolo» (Ef 6,11) e a fermare «tutte le frecce infuocate del maligno» (Ef 6,16). Non sono parole poetiche, perché anche il nostro cammino verso la santità è una lotta costante. Chi non voglia riconoscerlo si vedrà esposto al fal- limento o alla mediocrità. Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazio- ne della Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impe- gno missionario.

      N.164. Il cammino della santità è una fonte di pace e di gioia che lo Spirito ci dona, ma nello stesso tempo richiede che stiamo con «le lampade accese» (cfr Lc 12,35) e rimaniamo attenti: «Astenetevi da ogni specie di male» (1Ts 5,22); «ve- gliate» (cfr Mc 13,35; Mt 24,42); non addormentiamoci (cfr 1Ts 5,6). Perché coloro che non si accorgono di commettere gravi mancanze contro la Legge di Dio possono lasciarsi andare ad una specie di stordimento o torpore. Dato che non trovano niente di grave da rimproverarsi, non avvertono quella tiepidezza che a poco a poco si va impossessando della loro vita spirituale e finiscono per logorarsi e corrompersi.

      3. Dove si annida lo spirito del mondo?

      In questa fase spiritualmente forte, i serpentelli dei vizi ca- pitali presenti nel cuore di ognuno sono come assopiti, dor- mono, storditi da questo cambiamento e dalla Grazia di Dio che fa breccia sempre più. Il padre dei serpentelli, il demo- nio, giustamente, non essendo molto contento della novità, prepara degli attacchi facendo leva su quei vizi verso i qua- li eravamo più  tendenti, rincarando la dose per derubarci  e spogliarci della Grazia ricevuta; e così scopriamo che il cammino di santità non è tutto “rose e fiori”, ma irto di spi- ne, di pietre aguzze e taglienti, proprio come la salita del monte Krizevàc!
      Il Signore permette le nostre cadute perché noi possiamo toccare con mano le nostre fragilità e la nostra miseria, com- prendendo così che senza di lui non possiamo fare nulla.
      Come ci dice il Catechismo della Chiesa Cattolica:
      N.1865. Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni per- verse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta va- lutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice.
      N.1866. I vizi possono essere catalogati in parallelo alle vir- tù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l’esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano e san Gregorio Magno.

      Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l’avarizia, l’invidia,  l’ira,  la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia.
      Dai 7 vizi capitali traggono origine e forza quasi tutti gli altri peccati ed è per questo che in questa tappa dobbiamo, con l’aiuto di Maria, individuare innanzitutto tra questi 7 peccati quali oscurano la luce della nostra anima e poi con umiltà chiedere a Maria di aiutarci a ripulire le nostre ani- me.
      Superbia: radicata convinzione della propria superio- rità, reale o presunta, che si traduce in atteggiamento di altezzoso distacco o anche di  ostentato  disprezzo  verso gli altri, e di disprezzo di norme, leggi, rispetto altrui. Il superbo ostenta sicurezza e cultura e sminuisce i meriti altrui.
      Avarizia: scarsa disponibilità a spendere e a donare  ciò che si possiede. Estremo contenimento delle  spese  non perché lo imponga la necessità, ma per il gusto di risparmiare fine a se stesso. L’avaro si sente un virtuoso     e si descrive con aggettivi delicati ed equilibrati: prudente, attento, oculato, parco.
      Lussuria: incontrollata sensualità, irrefrenabile desi- derio del piacere sessuale fine a se stesso, concupiscenza  (è definita concupiscenza la brama di possesso e la de- bolezza della natura umana, soprattutto quella a sfondo sessuale, che porta l’uomo a commettere il peccato, di qualunque natura esso sia. Essa non è considerata un pec- cato quanto un’inclinazione verso il male, ed è considerata uno dei segni del peccato originale. Nel protestantesimo essa costituisce addirittura il peccato originale stesso, per cui l’uomo è già “condannato” alla nascita); lussurioso è anche chi si lascia rapire e cullare continuamente dalle fantasie sensuali.
      Invidia: tristezza per il bene altrui percepito come male proprio. Per l’invidioso, la felicità altrui è fonte di personale frustrazione. Sminuisce i successi altrui e li at- tribuisce alla fortuna o al caso o sostiene che siano frutto di ingiustizia.
      Gola: meglio conosciuta come ingordigia, abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola. Il peccato di gola non è solo la mera ingordigia o la smodata consumazio-   ne di cibo, ma il lusso alimentare, la predilezione per la cucina raffinata, la propensione a cibarsi esclusivamente  di pietanze pregiate e costose.
      Ira: desiderio di vendicare violentemente un torto su- bito. L’ira non è l’occasionale esplosione di rabbia: diventa un vizio in presenza di un’estrema suscettibilità che fa sì che anche la più trascurabile delle inezie sia capace di scatenare una furia selvaggia.
      Accidia: torpore malinconico, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene, pigrizia, indolenza, infingardag- gine, svogliatezza, abulia.

      4.Conferenza sulla lotta spirituale

      (Dal Diario di Santa Faustina Kowalska)

       

      Il male, una volta che lo scegli, poi è lui che sceglie te”. Respingilo nel nome di Gesù e vincerai nel suo nome. Da
      soli è dura, ma con lui la vittoria è sicura! Ecco i segreti che
      Gesù ha rivelato a suor Faustina su come proteggersi dagli attacchi del demonio. Queste istruzioni sono diventate l’ar- ma di Faustina nella lotta contro il nemico maligno.

      Gesù ha iniziato dicendo: “Figlia Mia, voglio istruirti sulla lotta spirituale”:

      1. Non confidare mai in te stessa, ma affidati completa- mente alla Mia volontà

      La fiducia è un’arma spirituale. La fiducia è parte dello scudo della fede che San Paolo menziona nella Lettera agli Efesini (6,10-17): l’armatura del cristiano. L’abbandono alla volontà di Dio è un atto di fiducia. La fede in azione dissipa gli spiriti negativi.

      2. Nell’abbandono, nelle tenebre e nei dubbi di ogni genere ricorri a Me ed al tuo direttore spirituale, che ti rispon- derà sempre a Mio nome

      In tempi di guerra spirituale, prega immediatamente Gesù. Invoca il suo Santo Nome, che è molto temuto nell’infra- mondo. Porta le tenebre alla luce dicendolo al tuo direttore spirituale o al tuo confessore e segui le sue istruzioni.

      3. Non metterti a discutere con nessuna tentazione, chiu- diti subito nel Mio Cuore

      Nel Giardino dell’Eden, Eva ha negoziato con il diavolo e ha perso. Dobbiamo ricorrere al rifugio del Sacro Cuore. Cor- rendo verso Cristo diamo le spalle al demoniaco.

      4. Alla prima occasione rivelala al confessore

      Una buona confessione, un buon confessore e un buon peni- tente sono una ricetta perfetta per la vittoria sulla tentazio- ne e sull’oppressione demoniaca.

      5. Metti l’amor proprio all’ultimo posto, in modo che non contamini le tue azioni

      L’amor proprio è naturale, ma dev’essere ordinato, libero dall’orgoglio. L’umiltà vince il diavolo, che è l’orgoglio per- fetto. Satana ci tenta all’amor proprio disordinato, che ci porta al mare dell’orgoglio.

      6. Sopporta te stessa con molta pazienza

      La pazienza è un’arma segreta che ci aiuta a mantenere la pace della nostra anima, anche nelle grandi tormente della vita. La pazienza con se stessi fa parte dell’umiltà e della fi- ducia. Il diavolo ci tenta all’impazienza, a che si ritorca con- tro noi stessi di modo che ci irritiamo. Guarda te stesso con gli occhi di Dio. Egli è infinitamente paziente.

      7. Non trascurare le mortificazioni interiori

      La Scrittura insegna che alcuni demoni possono essere espulsi solo con preghiera e digiuno. Le mortificazioni in- teriori sono armi di guerra. Possono essere piccoli sacrifici offerti con grande amore. Il potere del sacrificio per amore fa fuggire il nemico.

      8. Giustifica sempre dentro di te l’opinione dei superiori e del confessore

      Cristo parla a Santa Faustina che vive in un convento, ma tutti abbiamo persone con autorità sopra di noi. Il diavolo ha come obiettivo quello di dividere e conquistare, per cui l’umile obbedienza all’autentica autorità è un’arma spiritua- le.

      9. Allontanati dai mormoratori come dalla peste

      La lingua è uno strumento potente che può fare molto dan- no.  Mormorare o spettegolare non è mai una cosa di Dio. Il diavolo è un bugiardo che suscita accuse false e pettego- lezzi che possono uccidere la reputazione di una persona. Rifiuta le mormorazioni.

      10. Lascia che gli altri si comportino come vogliono, tu comportati come voglio Io da te

      La mente di una persona è la chiave nella guerra spirituale. Il diavolo cerca di trascinare tutti. Ringrazia Dio e lascia che le opinioni altrui vadano per la loro strada.

      11. Osserva la regola nella maniera più fedele

      In questo caso Gesù si riferisce alla regola di un ordine reli- gioso. La maggior parte di noi ha fatto qualche voto davanti a Dio e alla Chiesa e dobbiamo essere fedeli alle nostre pro- messe, ovvero voti matrimoniali e promesse battesimali. Satana tenta all’infedeltà, all’anarchia e alla disobbedienza. La fedeltà è un’arma per la vittoria.

      12. Dopo aver ricevuto un dispiacere, pensa a che cosa potresti fare di buono per la persona che ti ha procurato quella sofferenza

      Essere un vaso di misericordia divina è un’arma per il bene e per sconfiggere il male. Il diavolo lavora sull’odio, sull’ira, sulla vendetta e sulla mancanza di perdono. Qualcuno ci  ha danneggiato in qualche momento. Cosa gli restituiremo? Dare una benedizione spezza le maledizioni.

      13. Evita la dissipazione

      Un’anima che parla sarà più facilmente attaccata dal demo- nio. Effondi i tuoi sentimenti solo davanti al Signore. Ricor- da, gli spiriti buoni e cattivi ascoltano ciò che dici a voce alta. I sentimenti sono effimeri. La verità è la bussola. Il rac- coglimento interiore è un’armatura spirituale.

      14. Taci quando vieni rimproverata

      La maggior parte di noi è stata rimproverata in qualche oc- casione. Non abbiamo alcun controllo su questo, ma pos- siamo controllare la nostra risposta. La necessità di avere ragione tutto il tempo può portarci a tranelli demoniaci. Dio conosce la verità. Il silenzio è una protezione. Il diavolo può utilizzare la giustizia per farci inciampare

      15. Non domandare il parere di tutti, ma quello del tuo direttore spirituale; con lui sii sincera e semplice come una bambina

      La semplicità della vita può espellere i demoni. L’onestà è un’arma per sconfiggere Satana, il menzognero. Quando mentiamo, mettiamo un piede sul suo terreno, ed egli cer- cherà di sedurci ancor di più.


      16. Non scoraggiarti per l’ingratitudine

      A nessuno piace essere sottovalutato, ma quando ci trovia- mo di fronte all’ingratitudine o all’insensibilità, lo spirito di scoraggiamento può essere un peso per noi. Resisti a qualsiasi scoraggiamento perché non proviene mai da Dio. È una delle tentazioni più efficaci del demonio. Sii grato in tutte le cose della giornata e ne uscirai vincitore.

      17. Non indagare con curiosità sulle strade attraverso le quali ti conduco

      La necessità di conoscere e la curiosità per il futuro sono una tentazione che ha portato molte persone alle camere oscure degli stregoni. Scegli di camminare nella fede. Deci- di di confidare in Dio che ti porta per la via che va al cielo. Resisti sempre allo spirito di curiosità.

      18. Quando la noia e lo sconforto bussano al tuo cuore, fuggi da te Stessa e nasconditi nel Mio Cuore

      Gesù offre una seconda volta lo stesso messaggio. Ora si riferisce alla noia. All’inizio del Diario, ha detto a Santa Fau- stina che il diavolo tenta più facilmente le anime oziose. Stai attento alla noia, è uno spirito di letargo o accidia. Le anime oziose sono facile preda dei demoni.

      19. Non aver paura della lotta; il solo coraggio spesso spaventa le tentazioni che non osano assalirci.

      La paura è la seconda tattica più comune del diavolo (l’orgo- glio è la prima). Il coraggio intimidisce il diavolo, che fuggi- rà davanti al coraggio perseverante che si trova in Gesù, la roccia. Tutte le persone lottano, e Dio è la nostra forza.

      20. Combatti sempre con la profonda convinzione che Io sono accanto a te

      Gesù istruisce una suora in un convento a “combattere” con convinzione. Può farlo perché Cristo l’accompagna. Noi cri- stiani siamo chiamati a lottare con convinzione contro tut- te le tattiche demoniache. Il diavolo cerca di terrorizzare le anime, bisogna resistere al terrorismo demoniaco. Invocate lo Spirito Santo durante la giornata.

      21. Non lasciarti guidare dal sentimento poiché esso non sempre è in tuo potere, ma tutto il merito sta nella vo- lontà

      Tutto il merito si basa sulla volontà, perché l’amore è un atto della volontà. Siamo completamente liberi in Cristo. Dob- biamo compiere una scelta, una decisione per il bene o il male. In quale terreno viviamo?

      22. Sii sempre sottomessa ai superiori anche nelle più piccole cose

      Cristo qui sta istruendo una religiosa. Tutti abbiamo il Si- gnore come nostro Superiore. La dipendenza da Dio è un’ar- ma di guerra spirituale, perché non possiamo vincere con i nostri mezzi. Proclamare la vittoria di Cristo sul male fa parte del discepolato. Cristo è venuto a sconfiggere la morte e il male, proclamalo!

      23. Non t’illudo con la pace e le consolazioni; preparati a grandi battaglie

      Santa Faustina ha sofferto a livello fisico e spirituale. Era preparata a grandi battaglie per la grazia di Dio che l’ha sostenuta. Nelle Scritture Cristo ci istruisce chiaramente ad

      essere preparati a grandi battaglie, a indossare l’armatura di Dio e a resistere al diavolo (Ef 6, 11). Stare attenti e discer- nere sempre.

      24. Sappi che attualmente sei sulla scena dove vieni os- servata dalla terra e da tutto il cielo

      Siamo tutti in un grande scenario in cui il cielo  e la terra  ci guardano. Che messaggio stiamo offrendo con la nostra forma di vita? Che tipo di tonalità irradiamo: luce, oscurità o grigio? Il modo in cui viviamo attira più luce o più oscu- rità? Se il diavolo non ha successo nel portarci all’oscurità, cercherà di mantenerci nella categoria dei tiepidi, che non è gradita a Dio.

      25. Lotta come un valoroso combattente, in modo che Io possa concederti il premio. Non aver troppa paura, poiché non sei sola

      Le parole del Signore a Santa Faustina possono diventare il nostro motto: lotta come un cavaliere! Un cavaliere di Cristo conosce bene la causa per la quale lotta, la nobiltà della sua missione, il re che serve, e con la certezza benedetta della vittoria lotta fino alla fine, anche a costo della vita. Se una giovane senza istruzione, una semplice suora polacca unita a Cristo, può lottare come un cavaliere, ogni cristiano può fare lo stesso. La fiducia è vittoriosa.


      Lo Spirito Santo sarà il nostro Maestro. Dobbiamo lasciarci illuminare dallo Spirito Santo su ciò che ci tiene ancora schiavi, chiedere a Gesù che la sua Parola che è Verità ci renda liberi da tutti questi serpentelli che sono in noi.
      In questa tappa rinunciamo a tutte le intenzioni e preghia- mo e offriamo a Maria tutte le nostre preghiere, digiuni e atti di rinuncia. Nel cammino di liberazione dallo spirito del mondo è opportuno offrire a Gesù e alla Madonna tutto ciò che facciamo, le preghiere, gli atti di rinuncia e di umil- tà.
      Il valore delle nostre stesse opere, tutto andrà per le inten- zioni di Maria e secondo la spiritualità dell’associazione
      C.a.r.e.s. Divina Misericordia O.D.V.. Certamente, ci risulte- rà difficile fare questo visto le urgenti necessità di preghie- ra per i nostri cari e per coloro che ne hanno bisogno, ma anche questa è una rinuncia che noi facciamo di noi stessi mettendoci completamente nelle braccia di Maria, in atto di totale abbandono alla Volontà di Dio.
      Cercheremo di correggerci con: i Sacramenti, la Preghiera e il Digiuno.

      La mentalità del mondo è di volere essere qualcuno, essere importante, poter comandare, fare bella figura, essere ricchi per mostrare che siamo persone che contano. Nel mondo si cerca di essere furbi e forti più degli altri. Gesù ci ha detto invece che ciò che conta è volersi bene, la carità, l’amore.
      Perciò bisogna essere gli uni al servizio degli altri, dispo- nibili e capaci di trovare gioia in questo. Dobbiamo sapere accettare i nostri limiti, senza pretendere di fare tutto; ma


      nello stesso tempo dobbiamo sapere di potere essere utili agli altri, nelle piccole cose di ogni giorno, nel consolare chi è in difficoltà, nell’incoraggiare sempre, nel non creare divi- sione, ma unità; nel saper vedere il Signore che opera nelle circostanze della vita.

      Di fronte alla gioia degli altri, spesso lo spirito del mondo porta ad essere invidiosi. Invece dobbiamo ringraziare il Si- gnore nel vedere le buone qualità degli altri. Di fronte al do- lore chi non ha fede è tentato di ribellarsi, anche senza poter cambiare le cose. Il Vangelo ci insegna ad avere serenità, a pensare che Dio è per noi un Padre amoroso, che ci conduce per mano; non dobbiamo mai disperare ma prendere le cose ogni giorno con pazienza. A volte in questo modo possiamo migliorare la nostra situazione; altre volte il Signore ci dà la forza per sopportare queste sofferenze.
      “Ènecessario lottare e stare in guardia davanti alle nostre inclina- zioni aggressive ed egocentriche per non permettere che mettano radici: “Adiratevi, ma non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira”» (esortazione apostolica Gaudete et exsultate).

      Gesù ci invita a impegnarci per vincere il male, senza la- sciarci scoraggiare se vediamo che occorre molto tempo e che non otteniamo subito i risultati che vorremmo, dobbia- mo avere fiducia che il Signore può aiutarci e vincere ogni forma di male.
      Cerchiamo di togliere da noi quello che ci può essere ancora di mondano: desiderio di apparire, di imporci sugli altri, l’invidia, lo spirito di ribellione.
      Non ci fa bene guardare dall’alto in basso, assumere il ruolo di giu- dici spietati, considerare gli altri come indegni e pretendere conti- nuamente di dare lezioni. Questa è una sottile forma di violenza.


      San Giovanni della Croce proponeva un’altra cosa: “Sii più incli- nato ad essere ammaestrato da tutti che a volere ammaestrare chi è inferiore a tutti”. E aggiungeva un consiglio per tenere lontano il demonio: “Rallegrandoti del bene degli altri come se fosse tuo e cercando sinceramente che questi siano preferiti a te in tutte le cose. In tal modo vincerai il male con il bene, caccerai lontano da te il demonio e ne ricaverai gioia di spirito. Cerca di fare ciò special- mente con coloro i quali meno ti sono simpatici. Sappi che se non ti eserciterai in questo campo, non giungerai alla vera carità né farai profitto in essa” (esortazione apostolica Gaudete et exsultate).

      Riponiamo fiducia nel Signore, sull’esempio della Santa Ver- gine, che non ha guardato a ciò che pensano gli altri, ma ha detto unicamente al Signore: «Eccomi, si faccia di me secondo la volontà di Dio».
      Noi non siamo ciò che sembra, non siamo ciò che di noi ap- pare, dentro ciascuno di noi è celato un mondo inconscio e conscio. Ciò che di noi appare, è solo quello che vogliamo gli altri vedano di noi. Possiamo essere paragonati ad una bella stanza della nostra casa, la cucina-soggiorno per esempio, tenuta sempre linda e pulita in modo da poter dare un’im- pressione positiva su chi viene a trovarci. Ma se osserviamo bene, è una stanza che non mostra alcunché di personale, è asettica, spenta è impersonale.
      Noi risultiamo essere un po’ così agli occhi degli altri, istin- tivamente mostriamo solo ciò che sappiamo possa piacere a chi ci sta di fronte, nascondendo abilmente il nostro mondo interiore, le nostre ferite, i nostri difetti, le nostre paure, i nostri limiti e i nostri scheletri, tutto è ben serrato negli ar- madi.
      Quando si intraprende il percorso di consacrazione accade che per conoscere veramente chi siamo dobbiamo aprire quelle ante e tirare tutto fuori, accade un po’ come quando


      si fanno le pulizie generali. Quando una donna decide di pulire a fondo la cucina non sposta gli oggetti, ma tira fuori tutto ciò che è contenuto negli armadi, certamente il risul- tato iniziale sarà davvero una gran confusione e disordine, poi però si inizia a buttare il vecchio e l’inutile per rimettere a posto solo ciò che serve.
      Questo è ciò che faremo in questa tappa, conoscere chi sia- mo veramente, liberi da tutte quelle zavorre e da tutti quei pesi inutili che ci portiamo dietro e ci impediscono di vola- re alto.
      Gesù vuole trasmetterci un grande insegnamento: Amiamo il nostro prossimo come noi stessi! Questo comandamento racchiude tutti gli altri e racchiude anche una grande sag- gezza.
      Chi non ama se stesso non riuscirà mai ad amare veramente il suo prossimo. Dobbiamo quindi amarci, ma non per ciò che crediamo di essere ma, per ciò che siamo veramente con tutte le nostre miserie, i nostri difetti e i nostri limiti. Ma per amarci per ciò che siamo dobbiamo anche riconoscere chi siamo veramente.
      La consacrazione nelle prime due tappe ci condurrà in que- sto meraviglioso viaggio all’interno di noi e in questo sare- mo costantemente accompagnati da Maria Santissima.

      6. Pratichiamo l’umiltà

      Dal Diario di Santa Faustina pag. 223:
      Il reverendo Sopocko, confessore di Suor Faustina le consi- gliò:
      Senza umiltà non possiamo piacere a Dio. Esercitati nel terzo grado dell‘umiltà, cioè non solo non ricorrere a spiegazioni e giu- stificazioni, quando ci rimproverano qualche cosa, ma rallegrarsi dell’umiliazione...
      L’umiltà è la capacità di riconoscere ed indagare la verità su di sé, è quella virtù che ci porta a capire la nostra identità, i nostri limiti e la nostra forza, che ci permette di entrare in una vera relazione con gli altri.
      I limiti vanno intesi come confini, oltre i quali c’è il pros- simo e Dio, mentre la forza  va  intesa come i diversi  doni  e carismi attraverso i quali mettersi al servizio del prossi- mo e di Dio, inconsciamente essere umili significa amare il prossimo come esperienza di vita, sentimentale, lavorativa e sociale, senza fare distinzione o disparità.

      Come dice Papa Francesco:
      L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazio- ni. Senza di esse non c’è umiltà né santità. Se tu non sei capace di sopportare e offrire alcune umiliazioni non sei umile e non sei sulla via della santità. La santità che Dio dona alla sua Chiesa viene mediante l’umiliazione del suo Figlio: questa è la via. L’umiliazione ti porta ad assomigliare a Gesù, è parte ineludibile dell’imitazione di Cristo: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21). Egli a sua volta manifesta l’umiltà del Padre, che si umilia per camminare con il suo popolo, che sopporta

      le sue infedeltà e mormorazioni (cfr Es 34,6-9; Sap 11,23-12,2; Lc 6,36). Per questa ragione gli Apostoli, dopo l’umiliazione, erano
      «lietidiessere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41). (Esortazione apostolica Gaudete et exsultate).

      6.1L’insegnamento della Madonna.

      Maria Santissima, scelta a diventare Madre del Figlio di Dio, si umiliò davanti all’Arcangelo Gabriele, che la salutava
      «Piena di grazia». Quanta umiltà in queste parole: «Ecco  la
      serva del Signore! Si faccia di me secondo la tua parola!»
      Iddio la sceglieva per Madre e lei si dichiarava serva! Quan- tunque umilissima, la Vergine sciolse un inno d’amore e di gratitudine al Signore riconoscendo la propria dignità.
      La Madonna c’insegna che nell’umiltà possiamo riconosce- re in noi i doni di Dio e gioire di ciò, purché di tutto si dia gloria al Signore.

      6.2I tre gradi dell’umiltà

      1. Umiltà davanti a Dio: non dobbiamo mai confidare in noi stessi, come se fossimo qualche cosa davanti a Dio, stimandoci giusti. Gesù dice infatti; chiunque si esalta sarà umiliato e chiunque si umilia sarà esaltato.

      2. Umiltà col prossimo: l’umiltà con gli altri si pratica pensando bene di tutti e scusando quelli che sbaglia- no; non mormorando dei difetti altrui, anzi soppor- tandoli con pazienza; trattando con rispetto e cortesia tutti, anche i poveri, i rozzi e gl’ignoranti; non usando parole sprezzanti coi dipendenti e persone di servizio; non disprezzando la compagnia di chi è di bassa con- dizione; finalmente, aiutando i bisognosi. Facendo così, si diventa amici di tutti e naturalmente si è stimati e lodati con disinteresse.


      3. Umiltà con se stessi: si pratica l’umiltà con  se  stessi, non soltanto riconoscendo la propria miseria, ma an- che accettando con calma le umiliazioni. Un insulto, una mancanza di riguardo, un merito non ricono- sciuto, un favore ricambiato in male... son cose che feriscono la superbia umana. L’umiltà  c’insegna  anche a pregare per chi ci ha umiliati.

      Ma come avere la forza di praticare l’umiltà in tal guisa? Te- nendo presente l’esempio di Gesù Cristo! Nelle umiliazioni pensiamo a Gesù quando era insultato, ingiuriato, sputac- chiato e preso a schiaffi dai perfidi Giudei. Se Gesù, Figlio di Dio, innocentissimo, sopportò tante e sì gravi umiliazioni, noi cristiani, essendo suoi seguaci, sforziamoci d’imitarlo come facevano i Santi e così troveremo il riposo per le ani- me nostre.

       

      recitiamo ogNi giorNo

      • Il Santo Rosario.
      • La Coroncina a Gesù Misericordioso.
      • Sul libretto Piccolo Breviario dell’Associato recitare:
      • Preghiera per la Guarigione Interiore pag. 153-154- 155.
      • Preghiera a San Michele Arcangelo pag. 159.
      • Nella preghiera chiediamo allo Spirito Santo quale cambiamento ci sta chiedendo Gesù, quali vizi dob- biamo abbandonare e quale ferite rimarginare.
      • Durante tutta la tappa, più volte al giorno, ripetiamo queste due frasi, nella consapevolezza che, lui, farà veramente di noi secondo la sua volontà:

      “Eccomi si faccia di me secondo la volontà di Dio”    e “Totuus Tuus”.

      esame di coscieNza
      (da effettuare alla fine della prima tappa)


      Amare se stessi

      • Ci sono aspetti di superstizione  nella  mia  vita?  e  se ce ne sono ho compreso  l’importanza  di  allontanare da me ogni forma di superstizione?
      • So giudicare con Misericordia me stesso?
      • Superbia/ira: Quando vengo rimproverato cerco subito di giustificarmi o cerco di capire  dove  ho  sbagliato per potermi correggere?
      • Riesci a vedere nel prossimo tutti i difetti possibili ma hai la  consapevolezza  che  ciò  che  vedi  nell’altro  non è altro che ciò che non vuoi vedere in te stesso?
      • Sono coerente con me stesso cioè, so capire la dif- ferenza tra “ciò che desidero e ciò che voglio veramente”? Di conseguenza riesco poi a mantenere le promesse fatte a me stesso per raggiungere “il  mio vere bene”?
        1. Ho il coraggio di dire sempre e comunque  la verità  o  se mi trovo in difficoltà  cerco  di giustificarmi  in tutti  i modi?
        2. Superbia: Sono una persona che si guadagna la fidu-  cia e  la  benevolenza  degli  altri  restando  nel  silenzio o cerco la stima degli altri cercando  ogni  occasione per far risaltare le mie capacità e le mie qualità?
        3. Lavoro sul mio carattere, cercando di capire quali  sono i miei difetti e i miei vizi?
        4. Invidia: Faccio confronti tra me  e gli altri, invidiandoli o piangendomi addosso per quanto non ho o non sono?
        5. Accidia: Penso di fare sempre più degli altri, di essere sempre più stanco degli altri, di avere più problemi degli altri e quindi mi autocommisero lasciandomi prendere dall’inerzia, dalla malinconia e dalla pigri-  zia?
        6. Gola: Mi prendo cura del mio corpo preservandolo dalle malattie, dalla gola e da tutto ciò che può dan- neggiarlo?
        7. La mia quotidianità, nei discorsi, nelle letture, negli spettacoli televisivi, nell’uso  di internet è coerente  con il mio professarmi cristiano?
        8. Lussuria: Nella consapevolezza che il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo so capire la differenza tra sesso e amore e avere  quindi rispetto per il mio corpo  e quello dell’altro?
        9. Avarizia: Quando ti si presenta una situazione in cui devi fare la carità dai con il cuore o scegli tu quando come e a chi farla?

       

      SECONDA TAPPA

      CONOSCERE SE STESSI

        1. Le 5 ferite emozionali

      Le ferite emozionali sono dei dolori che hanno causato trau- mi, esse inducono a portare una maschera con la quale pian piano ci si identifica. Le ferite secondo l’ottica cristiana sono feritoie dalle quali possiamo far entrare la luce di Dio che illuminandole le trasformerà in fonte di luce e di possibi- lità di miglioramento per ciascuno di noi. Illuminarle vuol dire anche portarle alla luce ovvero riconoscerle, guardarle e insieme all’aiuto di Maria superarle andando oltre a ciò che è stato e ha bloccato la nostra vita rendendoci ciò che non siamo. Dio ci aiuterà a trasformare le nostre incapacità in Talenti.
      Queste 5 ferite sono: rifiuto, abbandono, ingiustizia, umi- liazione e tradimento. Esse ci impediscono di essere ciò che siamo davvero, sono i 5 principali condizionamenti della nostra esistenza.
      Sono ferite invisibili dette anche dell’anima perché vanno a danneggiare la nostra parte emozionale e quindi il nostro comportamento e le nostre capacità relazionali. Partiamo dal presupposto che ogni stimolo esterno provoca un ‘emo- zione nell’anima. Un bambino amato e coccolato proverà amore ma questo è uno stimolo positivo, quando invece lo stimolo è negativo e quindi crea dolore o una sensazione destabilizzante per il bambino accade che non avendo le ca-


      pacità e i mezzi giusti per difendersi da una situazione che provoca malessere il bambino inizia a “indossare” una ma- schera, è questo l’unico modo possibile per schermarsi dal dolore. Naturalmente tutto ciò avviene in modo inconscio per cui chi indossa delle maschere certamente non può rico- noscerle. Le maschere sono come delle corazze a protezione del nostro vero io ma come tutte le corazze se da una parte proteggono dall’altra non permettono di essere se stessi e di manifestarci per ciò che siamo veramente.
      Purtroppo molte ferite emozionali sono provocate seppur inconsciamente dai genitori, quindi dal rapporto con la ma- dre e il padre. Partiamo sempre dal presupposto che anche i nostri genitori portano delle ferite emozionali a loro volta provocate dai loro genitori. Purtroppo i genitori passano ai figli tutto ciò che hanno ricevuto nel bene e nel male com- prese le loro maschere protettive, le loro ansie e le loro paure. Noi ripetiamo tutto ciò che abbiamo visto fare. Oltre a quel- lo che può essere chiamato imprinting dei genitori ci sono al- tre forme pensiero che influenzano i nostri comportamenti e provengono dal nostro albero genealogico, per esempio se tra i nostri parenti anche lontani c’è stato un divorzio, o un cosiddetto “parente scomodo” (detenuto, tossicodipendente, malato mentale); è certamente accaduto che in famiglia si sia discusso in modo più o meno animato con più o meno ansia e paura dell’argomento, ciò ha comunque creato delle forme pensiero che ci vanno ad influenzare. Altro fattore influenzante è tutto ciò che accade nel periodo prenatale, sappiamo ormai bene infatti che il feto percepisce e subisce tutti gli stati d’animo della madre.
      Durante le varie esperienze in cui il bambino percepisce una qualche minaccia e prova una particolare sofferenza psichica ed emozionale, nasce in lui un imprinting (una regi- strazione) che viene chiamata “ferita emozionale”.

      La diversa modalità con cui tale sofferenza viene percepita, dà luogo ad una specifica ferita emozionale. Lise Bourbeau nel suo libro Le 5 ferite e come guarirle le classifica così:

      1) Rifiuto

      Fra le ferite emozionali, quella del rifiuto ha forse le radici più antiche nella vita di un individuo, poiché può manife- starsi già nel grembo materno, come riconosciuto dalla Psi- cologia Prenatale. Nel caso in cui la madre, dopo aver sco- perto di essere rimasta incinta, esprima sia a livello verbale che emozionale la sua prima reazione di contrarietà, questa diviene quasi una sentenza di condanna emessa sul nasci- turo ed egli, a livello istintivo la percepisce ancor prima di affacciarsi sul mondo.
      Nella percezione sottile del bambino, questo atteggiamento di rifiuto potrà essere interpretato come un rigetto assoluto e una minaccia alla sua stessa sopravvivenza, creando in lui le basi per una profonda angoscia esistenziale che lo ac- compagnerà per tutta la vita. Questa è considerata la ferita più profonda e la più difficile da riconoscere e da curare. È anche collegata al mancato imprinting tra mamma e figlio.

      2) Abbandono

      Questa ferita di solito è abbinata al rifiuto ma non neces- sariamente. Colpisce di solito i bambini che vengono lette- ralmente abbandonati dalla madre. È riscontrabile anche in bambini che hanno una regolare famiglia ma hanno subito un trauma collegato all’abbandono.

      3) Umiliazione

      Di solito si sviluppa dai due ai cinque anni ed è collegata quasi sempre alla vergogna di qualche parte del corpo e al controllo degli sfinteri.


      4) Tradimento

      Ferita emozionale collegata al genitore del sesso opposto e quindi al complesso di Edipo e di Elettra. Il bambino è gelo- so interiormente del partner del genitore e non lo manifesta, interiorizzando la ferita. I bambini che soffrono di questa ferita fissano l’attenzione sul mantenimento delle promesse.

      5) Ingiustizia

      Si manifesta tra i quattro e i sei anni, nei confronti del ge- nitore dello stesso sesso; ma poi si risveglia nell’età scolare quando il bambino si sente sottovalutato da una figura au- torevole. Nasce come conseguenza alle aspettative del genitore nei confronti del figlio.

      2.Le maschere

      Ogni ferita, a sua volta, è all’origine di un particolare mecca- nismo comportamentale di protezione, istintivo e automati- co, che ha lo scopo di evitare di rivivere quella stessa soffe- renza e che si attiva, durante tutta la nostra vita, ogni qual volta accade un evento che percepiamo e interpretiamo con un significato analogo a quello delle prime registrazioni.
      Questi meccanismi comportamentali automatici sono quel- le che vengono definite MASCHERE. Nell’età adulta, queste “MASCHERE” si rivelano però limitanti per l’individuo in quanto fanno percepire una irreale vulnerabilità e lo intrap- polano,  di conseguenza, in modalità relazionali ripetitive  e vincolanti, che gli impediscono di maturare le sue piene potenzialità di adulto libero, consapevole e responsabile, in grado di relazionarsi con gli altri esseri umani in modo pro- fondo ed autentico.


      Ma le maschere non si manifestano solo a livello psicologico, ma anche e soprattutto a livello fisico.
      Le maschere non sono altro che la somatizzazione fisica della ferita non risolta. Lo spessore della maschera sarà pro- porzionale al grado della ferita. Ogni maschera corrisponde a una tipologia di persona dotata di un carattere ben defi- nito in quanto avrà sviluppato numerose credenze che ne influenzeranno gli atteggiamenti e il comportamento.
      Ad ogni ferita emozionale corrisponde una specifica ma- schera visibile soprattutto a livello fisico, nei tratti somatici del viso e nella conformazione fisica.

      - Alla ferita del RIFIUTO corrisponde la maschera del FUGGITIVO

      - Alla ferita dell’ABBANDONO corrisponde la maschera del DIPENDENTE

      - Alla ferita dell’UMILIAZIONE corrisponde la maschera del MASOCHISTA

      - Alla ferita del TRADIMENTO corrisponde la maschera del CONTROLLORE

      - Alla ferita dell’INGIUSTIZIA corrisponde la  maschera del RIGIDO

      Come le maschere si manifestano a livello fisico
      Grazie alla Morfopsicologia, la disciplina che studia le relazioni tra la forma del viso e la conformazione del corpo con la personalità, secondo il principio per il quale il nostro viso e il nostro corpo sono la sede della nostra anima, è possibile interpretare le evoluzioni del nostro aspetto fisico come ri- flesso della nostra evoluzione interiore.
      Il linguaggio della Morfopsicologia, efficace e agevole per- ché desunto dall’osservazione del viso e della conformazio- ne fisica, consente di capire se stessi e gli altri, comunicare meglio, instaurare relazioni più gratificanti, riconoscere e realizzare il proprio talento.
      Vediamo ora in sintesi come le nostre maschere si manife-
      stano a livello fisico:

      Rifiuto – Fuggitivo

      • Corpo: contratto, striminzito, smilzo.
      • Occhi: piccoli, con un’espressione di paura, o con l’im- pressione che ci sia un maschera intorno agli occhi.
      • Vocabolario tipico: “una nullità”, “niente”, “inesistente”, “scomparire”.
      • Carattere: alti e bassi di umore; nel suo profondo non crede di avere il diritto di esistere. Si crede uno zero assoluto, senza valore; è evanescente, intellettuale e ha la capacità di rendersi invisibile, si  sente  incompreso ed è distaccato dalle cose materiali.
      • Alimentazione: l’emozione o la paura gli tolgono l’ap- petito, generalmente mangia poco ed è predisposto all’anoressia.
      • Massima paura: il panico (è predisposto agli  attacchi  di panico).

      Abbandono – Dipendente

      • Corpo: allungato, sottile, ipotonico, floscio, gambe deboli, schiena curva, parti del corpo cadenti o flac- cide.
      • Occhi: grandi, tristi, sguardo magnetico.
      • Vocabolario tipico: “assente”, “solo”, “non reggo”, “mi mangiano”, “mi stanno con il fiato sul collo”.
      • Carattere: vittima dell’universo, empatico, bisogno di presenza e di sostegno, chiede continuamente consigli, difficoltà a sentirsi dire di no, si aggrappa fisicamente agli altri.
      • Massima paura: la solitudine.
      • Alimentazione: buona forchetta, può tendere alla bulimia.

      Umiliazione – masochista

        • Corpo: grasso, tondo, non tanto alto, collo grosso e rigonfio.
        • Occhi: grandi, rotondi, spalancati e innocenti come quelli di un bambino.
        • Vocabolario tipico: “essere degno e indegno”.
        • Carattere: non gli piace andare in fretta, spesso si vergogna di sé e degli altri e  ha  la  recondita  paura  che gli altri si vergognino di lui. Conosce le proprie necessità, ma non le ascolta. Si fa carico di  troppe cose, fa del suo  meglio  per  non  essere  libero,  soffre di forti sensi di colpa e si autopunisce. Vuole essere degno. Compensa e si gratifica con il cibo.
        • Massima paura: la libertà.
        • Alimentazione: gli piacciono gli alimenti grassi, può tendere alla bulimia, si vergogna di mangiare troppi dolci.

      Tradimento – Controllore

        • Corpo: esibisce forza e potere. Nell’uomo, spalle più larghe delle anche. Nella donna, anche  più  larghe  e più forti delle spalle.
        • Occhi: sguardo intenso e seducente. Coglie tutto in un’occhiata.
        • Vocabolario usato: “sono capace, lasciami fare da solo”, “lo sapevo”, “fidati di me”, “non mi fido di lui”.
        • Carattere: si crede molto responsabile e forte.  Cerca  di essere speciale e importante, ha molte aspettative, manipola e seduce; è impaziente e intollerante, pensa  di avere sempre ragione. Non mostra la propria vul- nerabilità.
        • Massima paura: dissociazione, separazione, rinnega- mento.
        • Alimentazione: buon appetito, mangia rapidamente. Controlla la  fame  quando  è  occupato,  ma  poi  perde il controllo.

        Ingiustizia – Rigido

          • Corpo: diritto, rigido e più perfetto possibile. Ben proporzionato. Natiche rotonde, vita piccola, porta spesso la cintura, movimenti rigidi, mascella serrata, portamento diritto e fiero.
          • Occhi: sguardo luminoso e vivace, chiaro.
          • Vocabolario usato: “nessun problema”, “sempre”, “mai”, “ottimo”, “benissimo”, “esattamente”, “sicuramente”.
          • Carattere: perfezionista, taglia i ponti con il suo sen- tire, incrocia spesso le braccia, è vivace e dinamico, pecca di troppo ottimismo, si giustifica molto, ha dif- ficoltà a chiedere aiuto. Tono di voce secco  e  rigido. Non Ammette di vivere dei problemi. Difficoltà in generale nel ricevere. Si paragona troppo agli altri. Difficoltà nel concedersi ciò che gli fa piacere.
          • Massima paura: la freddezza.
          • Alimentazione: preferisce gli alimenti salati a quelli dolci, gli piace tutto ciò che è croccante. Quando è a dieta è integralista.

           

          3. “Papa Francesco Amoris Laetitia”: Il mon- do delle emozioni... e le vecchie ferite...

        Alla luce di quanto abbiamo letto risuonano ancora più forti le parole di Papa Francesco, che nell’esortazione apostolica sull’amore nella famiglia Amoris Laetitia, si rivolge alle fami- glie alle difficoltà che in questa società attuale si riscontano, e parla anche di come le vecchie ferite ne siano la causa:
        N.168. Ogni bambino che si forma all’interno di sua madre è un progetto eterno di Dio Padre e del suo amore eterno:
        «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5). Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e nel mo- mento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. [...] Non è possibile una famiglia senza il sogno. Quando in una famiglia si perde la capacità di sognare, i bambini non crescono e l’amore non cresce, la vita si affie- volisce e si spegne ...
        N.170. Alcuni genitori sentono che il loro figlio non arriva nel momento migliore. Hanno bisogno di chiedere al Si- gnore che li guarisca e li fortifichi per accettare pienamente quel figlio, per poterlo attendere con il cuore. È importante che quel bambino si senta atteso. L’amore dei genitori è stru- mento dell’amore di Dio Padre  che attende con tenerezza  la nascita di ogni bambino, lo accetta senza condizioni e lo accoglie gratuitamente. Il sentimento di essere orfani che sperimentano oggi molti bambini e giovani è più profondo di quanto pensiamo.

        N.175. La madre, che protegge il bambino con la sua tene- rezza e la sua compassione, lo aiuta a far emergere la fidu- cia, a sperimentare che il mondo è un luogo buono che lo accoglie, e questo permette di sviluppare un’autostima che favorisce la capacità di intimità e l’empatia. La figura pater- na, d’altra parte, aiuta a percepire i limiti della realtà e si caratterizza maggiormente per l’orientamento, per l’uscita verso il mondo più ampio e ricco di sfide, per l’invito allo sforzo e alla lotta. Un padre con una chiara e felice identità maschile, che a sua volta unisca nel suo tratto verso la mo- glie l’affetto e l’accoglienza, è tanto necessario quanto le cure materne. Vi sono ruoli e compiti flessibili, che si adattano alle circostanze concrete di ogni famiglia, ma la presenza chiara e ben definita delle due figure, femminile e maschile, crea l’ambiente più adatto alla maturazione del bambino...
        ... Ci sono persone che si sentono capaci di un grande amore solo perché hanno una grande necessità di affetto, però non sono in grado di lottare per la felicità degli altri e vivono rinchiusi nei propri desideri. In tal caso i sentimenti distol- gono dai grandi valori e nascondono un egocentrismo che non rende possibile coltivare una vita in famiglia sana e fe- lice. L’amore matrimoniale porta a fare in modo che tutta la vita emotiva diventi un bene per la famiglia e sia al servizio della vita in comune.

        N.239. È comprensibile che nelle famiglie ci siano molte dif- ficoltà quando qualcuno dei suoi membri non ha maturato il suo modo di relazionarsi, perché non ha guarito ferite di qualche fase della sua vita. La propria infanzia e la propria adolescenza vissute male sono terreno fertile per crisi per- sonali che finiscono per danneggiare il matrimonio. Se tutti fossero persone maturate normalmente, le crisi sarebbero meno frequenti e meno dolorose.  Ma il fatto è che a volte  le persone hanno bisogno di realizzare a quarant’anni una maturazione arretrata che avrebbero dovuto raggiungere alla fine dell’adolescenza. A volte si ama con un amore ego- centrico proprio del bambino, fissato in una fase in cui la realtà si distorce e si vive il capriccio che tutto debba girare intorno al proprio io. È un amore insaziabile, che grida e piange quando non ottiene quello che desidera. Altre vol-  te si ama con un amore fissato ad una fase adolescenziale, segnato dal contrasto, dalla critica acida, dall’abitudine di incolpare gli altri, dalla logica del sentimento e della fanta- sia, dove gli altri devono riempire i nostri vuoti o sostenere i nostri capricci.

            N.240. Molti terminano la propria infanzia senza aver mai sperimentato di essere amati incondizionatamente, e que- sto ferisce la loro capacità di aver fiducia e di donarsi. Una relazione mal vissuta con i propri genitori e fratelli, che non è mai stata sanata, riappare, e danneggia la vita coniugale. Dunque bisogna fare un percorso di liberazione che non si è mai affrontato. Quando la relazione tra i coniugi non funzio- na bene, prima di prendere decisioni importanti, conviene assicurarsi che ognuno abbia fatto questo cammino di cura della propria storia. Ciò esige di riconoscere la necessità di guarire, di chiedere con insistenza la grazia di perdonare   e di perdonarsi, di accettare aiuto, di cercare motivazioni positive e di ritornare a provare sempre di nuovo. Ciascuno dev’essere molto sincero con se stesso per riconoscere che il suo modo di vivere l’amore ha queste immaturità. Per quan- to possa sembrare evidente che tutta la colpa sia dell’altro, non è mai possibile superare una crisi aspettando che solo l’altro cambi. Occorre anche interrogarsi sulle cose che uno potrebbe personalmente maturare o sanare per favorire il superamento del conflitto.

            4.I talenti

            Nella vita spirituale è importante conoscere bene anche ciò che di bello c’è in noi stessi, altrimenti ci possiamo anche ingannare, illudere o non avere il coraggio di fare il bene perché pensiamo di non esserne capaci.
            Ognuno di noi ha delle buone qualità. Non dobbiamo pen- sare di non valere nulla: il Signore ha fiducia in noi e ci vuole come suoi collaboratori. La vita di ciascuno infatti è preziosa agli occhi del Signore. Egli è andato in cerca della pecora smarrita; ha aspettato il ritorno del figlio che si era allontanato da casa.
            Durante l’Angelus del 16 Novembre 2014, Papa Francesco in- vita i fedeli a tornare a casa, prendere il Vangelo e rileggere il versetto di Matteo sui talenti (Mt 25, 14-30) e a meditarlo.
            L’uomo della parabola rappresenta Gesù, i servitori siamo noi  e i talenti sono il patrimonio che il Signore affida a noi. Qual     è il patrimonio? La sua Parola, l’Eucaristia, la fede nel Padre celeste, il suo perdono… insomma, tante cose, i suoi beni più preziosi.
            Questo è il patrimonio che Lui ci affida. Non solo da custodire, ma da far crescere! Mentre nell’uso comune il termine “talento” indica una spiccata qualità individuale – ad esempio talento nella musica, nello sport, eccetera –, nella parabola i talenti rappresentano i beni del Signore, che Lui ci affida perché li facciamo fruttare. La buca scavata nel terreno dal «servo mal- vagio e pigro» (v. 26) indica la paura del rischio che blocca la creatività e la fecondità dell’amore. Perché la paura dei rischi dell’amore ci blocca. Gesù non ci chiede di conservare la sua grazia in cassaforte! Non ci chiede questo Gesù, ma vuole che  la usiamo a vantaggio degli altri.

            Tutti i beni che noi abbiamo ricevuto sono per darli agli altri, e così crescono. È come se ci dicesse: “Eccoti la mia misericordia, la mia tenerezza, il mio perdono: prendili e fanne largo uso”. E noi che cosa ne abbiamo fatto? Chi abbiamo “contagiato” con la nostra fede? Quante persone abbiamo incoraggiato con la nostra speranza? Quanto amore abbiamo condiviso col nostro prossimo? Sono domande che ci farà bene farci.
            Qualunque ambiente, anche il più lontano e impraticabile, può diventare luogo dove far fruttificare i talenti. Non ci sono situazioni o luoghi preclusi alla presenza e alla testimonianza cristiana. La testimonianza che Gesù ci chiede non è chiusa, è aperta, dipende da noi.
            Questa parabola ci sprona a non nascondere la nostra fede e    la nostra appartenenza a Cristo, a non seppellire la Parola del Vangelo, ma a farla circolare nella nostra vita, nelle relazioni, nelle situazioni concrete, come forza che mette in crisi, che purifica, che rinnova. Così pure il perdono, che il Signore ci dona specialmente nel Sacramento della Riconciliazione: non teniamolo chiuso in noi stessi, ma lasciamo che sprigioni la sua forza, che faccia cadere muri che il nostro egoismo ha innalzato, che ci faccia fare il primo passo nei rapporti bloccati, riprendere il dialogo dove non c’è più comunicazione… E così via.
            Fare che questi talenti, questi regali, questi doni che il Signore ci ha dato, vengano per gli altri, crescano, diano frutto, con la nostra testimonianza. Il Signore non dà a tutti le stesse cose e nello stesso modo: ci conosce personalmente e ci affida quello che è giusto per noi; ma in tutti, in tutti c’è qualcosa di uguale:       la stessa, immensa fiducia.
            Dio si fida di noi, Dio ha speranza in noi! E questo è lo stesso per tutti. Non deludiamolo! Non lasciamoci ingannare dalla paura, ma ricambiamo fiducia con fiducia! La Vergine Maria incarna questo atteggiamento nel modo più bello e più pieno. Ella ha ricevuto e accolto il dono più sublime, Gesù in persona, e a sua volta lo ha offerto all’umanità con cuore generoso. A  Lei chiediamo di aiutarci ad essere “servi buoni e fedeli”, per partecipare alla gioia del nostro Signore.

            Quali sono le nostre buone qualità, i nostri talenti?
            Sensibilità, generosità, bontà, disponibilità, discrezione, amabilità, dolcezza, intelligenza, forza di volontà, senso dell’organizzazione, creatività, capacità di collaborare con gli altri, pazienza, perseveranza.
            Cerchiamo di conoscere i talenti che Dio ci ha dato e che dobbiamo mettere a disposizione del prossimo. Possiamo farci aiutare a riconoscerli da chi ci conosce: il marito, la moglie, i figli, i genitori, gli amici, un sacerdote ecc… E con essi dobbiamo anche vedere i nostri difetti e limiti.
            I difetti come l’essere arroganti, presuntuosi, violenti, su- perbi, distratti, egoisti, avidi si possono correggere se li rico- nosciamo e vi facciamo attenzione. Possiamo riuscirci con il tempo, senza pretendere di domarli subito , ma confidando nella misericordia del Signore, facendoci aiutare e pregan- do. I limiti non sono delle colpe, siamo fatti così e dobbiamo accettarli serenamente. Ne sono esempio: la poca salute, la paura, la timidezza, una grande emotività, la mancanza di fiducia in noi stessi, il poco senso pratico.
            Non dobbiamo pretendere di fare ciò che veramente è al di là delle nostre possibilità. Questo ci ricorda che solo Dio è grande e che noi siamo poca cosa, ci mantiene nell’umiltà, ma anche nella fiducia e nell’abbandono a Dio, ci mette in relazione con l’altro e ci fa chiedere aiuto dove noi non sia- mo capaci e limitati.
            La nostra natura umana è stata salvata da Gesù Cristo. Dob- biamo perciò credere che il Signore può compiere molte cose in noi, nonostante le debolezze e i limiti nostri.

            Per mezzo nostro Egli può compiere meraviglie, senza che noi sappiamo come, perché Dio ci ama così come siamo, ma non ci lascia mai così come siamo! Ci cambia ci rende mi- gliori.
            Alla luce dello Spirito Santo, quando facciamo esperienza di tale Amore, quando entriamo nel cuore della preghiera, al- lora scopriamo quanto grande sia la nostra miseria e quanto siamo bisognosi di misericordia e purificazione.

            5. Il peccato

            Attraverso gli articoli del Catechismo della Chiesa Cattolica comprenderemo come nel nostro cammino di  conversio- ne dobbiamo innanzitutto avere consapevolezza dei nostri peccati e come siamo indotti in tentazione.
            N.1848. Come afferma san Paolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). La grazia però, per compiere la sua opera, deve svelare il peccato per convertire il nostro cuore e accordarci «la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 5,21). Come un medico che esamina la piaga prima di medi- carla, Dio, con la sua Parola e il suo Spirito, getta una viva luce sul peccato:
            La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell’azione dello Spirito di verità nell’intimo dell’uo- mo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell’elargi- zione della grazia e dell’amore: “Ricevete lo Spirito Santo”. Così in questo “convincere quanto al peccato” scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione. Lo Spirito di verità è il Consolatore.

            N.1849. Il peccato è una mancanza contro la ragione, la veri- tà, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito “una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna”.
            N.1850. Il peccato è un’offesa a Dio: «Contro di te,  contro  te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto» (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da lui i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare «come Dio» (Gn 3,5), conoscendo e de- terminando il bene e il male. Il peccato pertanto è “amore di sé fino al disprezzo di Dio”. Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all’obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza.

            N.1. È proprio nella Passione, in cui la misericordia di Cristo lo vincerà, che il peccato manifesta in sommo grado la sua violenza e la sua molteplicità: incredulità, odio omici- da, rifiuto e scherno da parte dei capi e del popolo, vigliac- cheria di Pilato e crudeltà dei soldati, tradimento di Giuda tanto pesante per Gesù, rinnegamento di Pietro, abbando- no dei discepoli. Tuttavia, proprio nell’ora delle tenebre e del principe di questo mondo, il sacrificio di Cristo diventa segretamente la sorgente dalla quale sgorgherà inesauribil- mente il perdono dei nostri peccati.

            N.1. La diversità dei peccati

            N.1852. La varietà dei peccati è grande. La Scrittura ne dà parecchi elenchi. La lettera ai Gàlati contrappone le opere della carne al frutto dello Spirito: «Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisio- ni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le com- pie non erediterà il regno di Dio» (Gal5,19-21).

            N.1853. I peccati possono essere distinti secondo il loro og- getto, come si fa per ogni atto umano, oppure secondo le virtù alle quali si oppongono, per eccesso o per difetto, op- pure secondo i comandamenti cui si oppongono. Si possono anche suddividere a seconda che riguardino Dio, il prossi- mo o se stessi; si possono distinguere in peccati spirituali e carnali, o ancora in peccati di pensiero, di parola, di azione e di omissione. La radice del peccato è nel cuore dell’uomo, nella sua libera volontà, secondo quel che insegna il Signore:
            «Dal cuore [...] provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo» (Mt 15,19-20). Il cuore è anche la sede della carità, principio delle opere buone e pure, che il peccato ferisce.

            N.2. La gravità del peccato: peccato mortale e veniale

            N.1854. È opportuno valutare i peccati in base alla loro gra- vità. La distinzione tra peccato mortale e peccato veniale, già adombrata nella Scrittura, si è imposta nella Tradizione della Chiesa. L’esperienza degli uomini la convalida.
            N.1855. Il peccatomortale distrugge la carità nel cuore dell’uo- mo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; di- stoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beati- tudine, preferendo a lui un bene inferiore.
            Il peccatovenialelascia sussistere la carità, quantunque la of- fenda e la ferisca.

            N.1856. Il peccato mortale, in quanto colpisce in noi il prin- cipio vitale che è la carità, richiede una nuova iniziativa del- la misericordia di Dio e una conversione del cuore, che nor- malmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione:
            «Quando la volontà si orienta verso una cosa di per sé con- traria alla carità, dalla quale siamo ordinati al fine ultimo, il peccato, per il suo stesso oggetto, ha di che essere morta- le [...] tanto se è contro l’amore di Dio, come la bestemmia, lo spergiuro, ecc., quanto se è contro l’amore del prossimo, come l’omicidio, l’adulterio, ecc. [...] Invece, quando la volon- tà del peccatore si volge a una cosa che ha in sé un disordi- ne, ma tuttavia non va contro l’amore di Dio e del prossimo
            – è il caso di parole oziose, di riso inopportuno, ecc. –, tali peccati sono veniali» (cfr Mc 3,5-6; Lc 16,19-31).

            N.1857. Perché un peccato sia mortale si richiede che concor- rano tre condizioni: “È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso”.
            N.1858. La materia grave è precisata dai dieci comandamen- ti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: «Non ucci- dere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre» (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omici- dio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i ge- nitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.
            N.1859. Perché il peccato sia mortale deve anche essere com- messo con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consen- so sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

            N.1860. L’ignoranza involontaria può attenuare se non annul- lare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere vo- lontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.
            N.1861. Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguen- za la perdita della carità e la privazione della grazia san- tificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la no- stra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.
            N.1862. Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dal- la legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso.
            N.1863. Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l’alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio. «Non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitu- dine eterna».
            «L’uomo non può non avere almeno peccati lievi, fin quan- do resta nel corpo. Tuttavia non devi dar poco peso a que- sti peccati, che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco con- to quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri! Molte cose leggere, messe insieme, ne formano una pesante: molte gocce riempiono un fiume e così molti granelli fanno un mucchio. Quale speranza resta allora? Si faccia anzitutto la Confessione...».

            N.1864. «Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata» (Mt 12,31). La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraver- so il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e  la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna.

            N.3. La proliferazione del peccato

            N.1865. Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni per- verse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta va- lutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice.
            N.1866. I vizi possono essere catalogati in parallelo alle vir- tù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l’esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano e san Gregorio  Magno.  Sono chiama-  ti capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l’avarizia, l’invidia, l’ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia.

            N.1867. La tradizione catechistica ricorda pure che esisto- no «peccati che gridano verso il cielo». Gridano verso il cielo: il sangue di Abele; il peccato dei Sodomiti; il lamento del popolo oppresso in Egitto; il lamento del forestiero, della vedova e dell’orfano; l’ingiustizia verso il salariato.

            N. 8. Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo:

              • prendendovi parte direttamente e volontariamente;
              • comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvan- doli;
              • non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo;
              • proteggendo coloro che commettono il male.

              N.1869. Così il peccato rende gli uomini complici gli uni de- gli altri e fa regnare tra di loro la concupiscenza, la violenza e l’ingiustizia. I peccati sono all’origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla bontà divina. Le “strutture di peccato” sono espressione ed effetto dei peccati personali. Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male. In un senso analogico esse costituiscono un «peccato sociale».

              6. Lotta contro le tentazioni

              (Dal Compendio di Teologia Ascetica e Mistica)
              N.900. Nonostante gli sforzi per sradicare i vizi, possiamo e dobbiamo aspettarci la tentazione.
              Abbiamo infatti nemici spirituali, la concupiscenza, il mon- do e il demonio, che non cessano di tenderci insidie. Dob- biamo quindi trattare della tentazione, sia della tentazione in generale, sia delle principali tentazioni degl’incipienti.
              N.901. La tentazione è una sollecitazione al male provenien- te dai nostri nemici spirituali.
              N.902. Dio direttamente non ci tenta: “Nessuno dica, quan- do è tentato: è Dio che mi tenta, poiché Dio non è tentato al male né tenta”. Permette che siamo tentati dai nostri nemici spirituali, dandoci però le grazie necessarie per resistere: “[Fidelis est Deus qui non patietur vos tentari supra id quod po- testis, sed faciet etiam cum tentatione proventum] C’è un Dio è fedele, che non soffrirà che siate tentati sopra quello che si è in grado: ma farà anche con l’edizione tentazione”.
              E ne ha ottime ragioni:

              1) Ci vuole far meritare il paradiso. Avrebbe certo potuto concederci il cielo come dono; ma sapientemente volle che lo meritassimo come ricompensa.Vuole anzi che la ricompensa sia proporzionata al merito e quindi alla vinta difficoltà. Ora è certo che una delle difficoltà più penose è la tentazio- ne, che mette in pericolo la fragile nostra virtù.
              Combatterla energicamente è uno degli atti più meritori; e quando, con la grazia di Dio, ne usciamo trionfanti, possiamo dire con S. Paolo che abbiamo combattuto il buon com- battimento e che altro non ci resta se non ricevere la corona di giustizia preparataci da Dio. L’onore e la gioia nel possederla sarà tanto maggiore quanto maggiore sarà stata la fatica per meritarla.

              2) N.903. La tentazione è pure un mezzo di purificazione:

              1. Ci ricorda infatti che altre volte, per difetto di vigi- lanza e d’energia,  siamo  caduti,  onde  ci  è  occasione di rinnovare atti di contrizione, di confusione e di umiliazione, che contribuiscono a purificarci l’anima;
              2. ci obbliga nello stesso tempo a vigorosi e perseveranti sforzi per non soccombere, onde ci fa espiare con atti contrari le debolezze e le male condiscendenze,  il che  ci rende l’anima più pura.

              Ecco perché Dio, quando vuole purificare un’anima per elevarla alla contemplazione, permette che subisca orribili tentazioni, come diremo trattando della via unitiva.

              3) N.904. è poi un mezzo di spirituale progresso:

              a)La tentazione è come una frustata che ci desta nel momento in cui stavamo per addormentarci e rat- tiepidirci; ci fa capire la necessità di non fermarci a mezzo il cammino, ma mirare più in alto, a fine di allontanare, più sicuramente ogni pericolo.

              b) è pure una scuola d’umiltà, di diffidenza di sé: si capisce meglio la propria fragilità, la propria impo- tenza, si sente  maggiormente  il  bisogno  della  grazia e si prega con più fervore. Si vede meglio la necessità di mortificare l’amore del piacere che è fonte di tentazioni, onde si abbracciano con maggior generosità le piccole croci quotidiane per smorzare l’ardore della concupiscenza.

              c) è una scuola d’amore di Dio: perché uno, a più si- curamente resistere, si getta nella braccia di Dio per trovarvi forza e protezione; è riconoscente delle grazie che Dio gli concede; si comporta con lui come un fi-  glio che, in ogni difficoltà, ricorre al più amante dei padri.

              La tentazione ha dunque molti vantaggi ed è per questo che Dio permette che i suoi amici siano tentati: “Perché eri gradito a Dio, disse l’angelo a Tobia, fu necessario che la tentazione ti provasse; quiaacceptus eras Deo, necesse fuit ut tentatio probaret te”.

              6.1. La psicologia della tentazione.

              Descriveremo: la frequenza della tentazione, le varie fasi, i segni e i gradi del consenso.

              1) N.905. Frequenza delle tentazioni.

              La frequenza e la violenza delle tentazioni variano grande- mente: vi sono anime spesso e violentemente tentate; altre lo sono raramente e senza profonde scosse.
              Molte cause spiegano questa diversità.

              a) Prima di tutto il temperamento e il carattere: vi sono persone, facilissime ad appassionarsi e nello stesso tempo deboli di volontà, tentate spesso e dalla tenta- zione sconvolte; altre poi bene assestate ed energiche sono tentate di raro e in mezzo alla tentazione si serbano calme.

              b) L’educazione porta altre differenze: vi sono anime educate nel timore e nell’amor di Dio, nella pratica abituale ed austera del dovere,  che  non  ricevettero  se non buoni esempi; altre invece furono allevate nell’amore dei piaceri  e nel ribrezzo d’ogni  patimento  e videro  troppi  esempi  di  vita  mondana  e  sensuale. È chiaro che le seconde saranno tentate più violentemente delle prime.

                c) Bisogna anche tener conto dei  disegni  provvidenziali di Dio: vi sono anime da lui chiamate a santa voca- zione, la cui purità egli gelosamente preserva; ve ne sono altre da lui destinate pure alla santità, ma che  vuol far passare per dure prove, onde rinsaldarne la virtù; altre infine che non chiama a vocazione  così alta e che saranno tentate più  spesso,  benché mai al  di sopra delle loro forze.

                2) N.906. Le tre fasi della tentazione.

                Secondo la dottrina tradizionale, esposta già da S. Agostino, nella tentazione vi sono tre fasi: la suggestione, la dilettazione, il consenso.

                a) La suggestione consiste nella proposta di qualche male: la fantasia o la mente si rappresenta,  in modo  più o meno vivo, le attrattive dei frutto proibito; talvolta questa rappresentazione è molto seducente, assale con tenacia e diventa una specie  d’ossessione. Per quanto pericolosa sia, la suggestione non  è pecca- to, purché non sia stata volontariamente provocata e non vi si acconsenta;  non  vi  è  colpa  se  non  quando la volontà vi da consenso.

                b) Alla suggestione s’aggiunge la dilettazione: la parte inferiore dell’anima piega istintivamente verso il male suggerito e ne prova un certo diletto.

                “Avviene molte volte, dice  S.  Francesco  di  Sales,  che la parte inferiore  si  compiace  nella  tentazione  senza il consenso, anzi a dispetto della parte superiore.
                È la lotta descritta da S. Paolo quando dice che  la carne ha desideri contrari allo spirito”.
                Questa dilettazione della parte inferiore, finché la volontà non vi aderisce, non è peccato; ma è un pericolo, perché la volontà si trova così  sollecitata  a  dar l’adesione; onde si pone l’alternativa: la volontà acconsentirà sì o no?

                c) Se la volontà rifiuta il consenso, combatte la tenta- zione e la respinge, esce vittoriosa e fa atto molto meritorio.

                Se invece si compiace nella dilettazione, vi prende volontario piacere e vi consente, il peccato interno è commesso.
                Quindi tutto dipende dal libero consenso della vo- lontà, onde  noi,  per  maggior  chiarezza,  indicheremo  i segni da cui si  può  conoscere  se e in quale misura   si è acconsentito.

                3) N.907. Segni di consenso.

                A spiegar meglio questo punto importante, vediamo i segni di non consenso, di consenso imperfetto, di pieno consenso.

                a) Si può tenere che non si è acconsentito, quando, non ostante la suggestione e l’istintivo diletto che l’accompagna, si prova disgusto e noia in vedersi così tentati; quando si lotta per non soccombere; quando nella parte superiore dell’anima si ha vivo orrore del male proposto.

                b) Si può essere colpevoli in causa della tentazione, quando si prevede che questa o quell’azione, che possiamo evitare, ci sarà fonte di tentazioni: “Se  so, dice S. Francesco  di Sales, che una conversazione  mi  è causa di tentazione e di caduta, eppure  ci  vado  di mia volontà; io sono indubbiamente  colpevole  di tutte le tentazioni che vi proverò”.Ma non si è allora, colpevoli che secondo la previ- sione, e se la previsione è stata vaga e confusa, la colpevolezza diminuisce in proporzione.

                c) N.908. Il consenso  si  può  giudicare  imperfetto: Quando non si respinge la tentazione prontamente, appena se ne vede il pericolo; vi è colpa di impru-  denza che, senza essere grave, espone al pericolo di acconsentire alla tentazione. Quando si esita un istante: si vorrebbe gustare un pochino il proibito diletto ma senza offendere Dio; ossia, dopo un momento di esitazione, si respinge la tentazione; anche qui è colpa veniale d’imprudenza. Quando non si respinge la tentazione che a metà: si resiste ma fiaccamente e imperfettamente; ora una mezza resistenza è un mezzo consenso: quindi colpa veniale.

                d) N.909. Il consenso è pieno ed intero, quando la volontà, indebolita dalle prime concessioni, si  lascia trascinare a gustare volontariamente il cattivo diletto nonostante le proteste della coscienza che riconosce che è male; allora, se la materia è grave, il peccato è mortale: è peccato di pensiero o di dilettazione morosa, come dicono i teologi. Se al pensiero si aggiunge il desiderio acconsentito, è colpa più grave. Se poi da desiderio si passa all’esecuzione, o  almeno alla ricerca alla provvisione dei mezzi atti all’esecu- zione del proprio disegno, si ha peccato di opera.

                N.910. Nei vari casi che abbiamo esposti, sorgono qualche volta dubbi sul consenso o sul semiconsenso dato.
                Bisogna allora distinguere tra coscienze delicate e coscienze lasse; nel primo caso si giudica che non  ci  sia  stato  consenso,  perché la persona di cui si  tratta  è solita a non acconsentire; mentre nel  secondo  caso  si dovrà fare giudizio tutto contrario.

                6.2. Il modo di comportarci nella tentazione

                Per trionfare delle tentazioni e farle servire al nostro bene spirituale, occorrono tre cose principali:
                prevenire la tentazione, vigorosamente combatterla, ringra- ziare Dio dopo la vittoria o rialzarsi dopo la caduta.
                N.911. Prevenire la tentazione.
                Conducendo i tre apostoli nell’interno del giardino degli Ulivi, Nostro Signore dice loro. «Vigilate e pregate onde non entriate in tentazione: vigilate et orate ut non intretis in tentationem»; vigilanza e preghiera: ecco dunque i due grandi mezzi a prevenire la tentazione.

                1) N.912. Vigilare è fare la guardia attorno all’anima propria per non lasciarsi cogliere, essendo così facile soccombere in un momento di sorpresa!

                Questa vigilanza include due principali disposizioni: la dif-
                fidenza di sé e la confidenza in Dio.

                a) Bisogna quindi evitare quella orgogliosa presunzione che ci fa gettare in mezzo ai pericoli col pretesto che siamo abbastanza forti da trionfarne. Fu questo il peccato di S. Pietro, che, mentre Nostro Signore prediceva la fuga degli apostoli, esclamò: «Se anche tutti si scandalizzassero, io mai». Bisogna invece rammentarsi che colui che crede di stare in piedi deve  badare  a  non  cadere:  “Itaque  qui  se existimat stare, videat ne cadat”; perché se lo spirito è pronto, la carne è debole, e la sicurezza non si  trova  che nell’umile diffidenza della propria debolezza.

                b) Ma bisogna pure schivare quei vani terrori che non fanno che accrescere il pericolo; da noi, è vero, siamo deboli, ma diventiamo invincibili in Colui che ci dà forza: “Fedele è Dio, che non permetterà che siate tentati oltre le forze,  ma darà con  la tentazione  anche il modo di poterla sostenere”.

                c) Questa giusta diffidenza di noi ci fa schivare le occa- sioni pericolose, per esempio quella compagnia, quel divertimento ecc., in cui l’esperienza ci mostrò che corriamo rischio di soccombere. Combatte l’oziosità, che è una delle occasioni più pe- ricolose, come pure quell’abituale mollezza che rilassa tutte le forze della  volontà  e la prepara  a ogni specie  di transazioni.

                d) La vigilanza poi deve specialmente esercitarsi sul punto debole dell’anima, perché di là viene ordinariamente l’assalto. A fortificare questo lato vulnerabile, bisogna servirsi dell’esame particolare, che concentra l’attenzione, per un notevole tempo, su cotesto difetto, o meglio ancora sulla virtù contraria.

                2) N.913. Alla vigilanza si aggiunga la preghiera.

                N.914. Resistere alla tentazione.
                Questa resistenza dovrà variare secondo la natura delle ten- tazioni.
                Ce ne sono di quelle frequenti ma poco gravi: bisogna trat- tarle col disprezzo, come spiega sì bene S. Francesco di Sales.
                “Quanto a quelle tentazioncelle di vanità di sospetti, di stiz- za, di gelosia, di invidia, di amorucci, e simili bricconerie, che, come le mosche e le zanzare, ci vengono a passare da- vanti agli occhi e ora ci pungono le guance, ora il naso... la migliore resistenza che si possa fare è di non affliggersene, perché sono tutte cose che non possono far danno, benché possano dar fastidio, a patto che si sia ben risoluti di voler servire Dio. Disprezzate quindi questi piccoli assalti e non vi degnate neppure di pensare che cosa vogliano dire, ma lasciatele ronzare intorno agli orecchi quanto vorranno, come si fa con le mosche”. Qui ci occupiamo soprattutto delle tentazioni gravi: è ne- cessario combatterle prontamente, energicamente, con costanza ed umiltà.

                A) Prontamente, senza discutere col nemico, senza esitazione alcuna: sul principio, non avendo la tentazione preso ancora saldo piede nell’anima, è molto facile il respingerla; ma se aspettiamo che vi abbia messo radice, sarà assai più difficile. Quindi non fermiamoci a discutere; associamo l’idea del cattivo diletto a tutto ciò che vi è di più ripugnante, a un serpente, a un traditore che ci vuole sorprendere, e richia- miamo la parola della Sacra Scrittura: “Fuggi il peccato come dalla vista di un serpente; perché se ti lasci accostare, ti morderà: [quasia facie colubri fuge peccata] Fuggite dal peccato come da un serpente”. Si fugge pregando, e applicando intensamente ad altro la mente.

                B) N.915. Energicamente, non fiaccamente e come a ma- lincuore, che sarebbe quasi un invito alla tentazione a ri- tornare; ma con forza e vigore, esprimendo l’orrore che si ha per cosiffatta proposta: “Via, brutto demonio, vade retro, Satana”. Si ha però da variare la tattica secondo il genere delle tenta- zioni: se si tratta di diletti seducenti, bisogna dare subito di volta e fuggire, applicando fortemente l’attenzione ad altra cosa che possa occuparci bene la mente - la resistenza diret- ta d’ordinario non farebbe che aumentare il pericolo.
                Se si tratta invece di ripugnanza a fare il proprio dovere,   di antipatia, di odio, di rispetto umano, spesso è meglio affrontare la tentazione, guardare francamente in faccia la difficoltà e ricorrere ai principi di fede per trionfarne.

                C) N.916. Con costanza: talora infatti la tentazione, vinta per un momento, ritorna con nuovo accanimento, e il demo- nio conduce dal deserto sette altri spiriti peggiori di lui. A questa ostinazione del nemico bisogna opporre una non meno tenace resistenza, perché solo colui che combatte sino alla fine riporta vittoria.
                Ma per essere più sicuri del trionfo, conviene palesare la tentazione al direttore.
                È il consiglio che danno i Santi, specialmente S. Ignazio e
                S. Francesco di Sales: “Notate bene, dice quest’ultimo che la prima condizione posta dal maligno all’anima che vuol se- durre, è il silenzio, come fanno quelli che vogliono sedurre le  donne e le giovanette che,  subito  fin da principio,  proibiscono di comunicare le proposte ai genitori o ai mariti; mentre Dio, nelle sue ispirazioni, richiede soprattutto che le facciamo riconoscere dai superiori e direttori”. Pare infatti che grazia speciale sia annessa a questa apertu- ra di cuore: tentazione svelata è mezzo vinta.

                D) N.917. Con umiltà: è lei infatti che attira la grazia, e la grazia ci dà la vittoria. Il demonio che peccò per superbia, fugge davanti a un sincero atto d’umiltà; e la triplice concupiscenza, che trae la forza dalla superbia, è facilmente vinta quando con l’umiltà siamo riusciti, per così dire, a decapitarla.

                N.918. Dopo la tentazione, bisogna guardarsi bene dall’esaminare troppo minuziosa- mente se si è consentito o no: è imprudenza che potrebbe ricondurre la tentazione e costituire un nuovo pericolo.
                È facile del resto conoscere dal testimonio della coscienza, anche senza profondo esame, se si è rimasti vittoriosi.

                A) Se si ebbe la ventura di trionfarne, si ringrazi di gran cuore Colui che ci diede la vittoria: è dovere di riconoscenza e il mezzo migliore per ottenere a suo tempo nuove grazie. Sventura agli ingrati che, attribuendo a sé la vittoria, non pensassero a ringraziarne Dio! Non tarderebbero molto a sperimentar la propria debolezza!

                B) N.919. Chi invece avesse avuto la disgrazia di soccom- bere, non si disanimi: ricordi l’accoglienza fatta al figliuol prodigo e corra, come lui, a gettarsi ai piedi del rappresentante di Dio, gridando dal fondo del cuore: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di voi: non merito più d’essere chiamato vostro figlio. E Dio, che è anche più misericordioso del padre del prodigo, gli darà il bacio di pace e gli restituirà l’amicizia. Ma, a schivare le ricadute, il peccatore pentito si giovi del suo peccato per profondamente umiliarsi davanti a Dio, riconoscere la propria impotenza a fare il bene, mettere tutta la confidenza in Dio, diventare più circospetto schivando diligentemente le occasioni di peccato, e rifarsi alla pratica della penitenza. Un peccato così riparato non sarà ostacolo alla perfezione. Come giustamente nota Agostino, chi così si rialza diventa più umile, più prudente e più fervoroso: “[ex casu humiliores, cautiores, ferventiores]”.